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Elogio del "negative thinking"

Sia messo agli atti che il titolo non è propriamente provocatorio. Ho appena inventato la corrente filosofica del “negative thinking” non tanto perché credo nel valore della negatività, quanto perché considero limitante il “positive thinking” ma soprattutto l'“andratuttobenismo”.  Occorre un’importante precisazione: dagli aggettivi negativo e positivo vanno espunti i giudizi di valore, nel mio ragionamento. Quindi positivo è semplicemente il polo +, e negativo è il polo -.    Il polo + è concentrarsi sugli aspetti della vita che evocano sensazioni che definiamo di benessere, ed è anche una visione delle cose edulcorata dalla speranza.   Vi cito Antigone di Sofocle: La molto errante speranza a molti è di aiuto; per molti invece è solo inganno, impulso di menti leggere; si insinua in chi nulla sa, prima che il fuoco ardente gli bruci il piede. Fu saggio chi pronunciò questo detto famoso: a volte un bene appare male a colui la cui mente un dio vuole portare a rovina. Breve è il tempo
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La scuola

 Giornata in cui va tutto storto, periodo in cui va tutto storto, uno ci prova a dire vabbè, pensiamo a qualcosa di bello, ma non c'è, e credo che non avere il coraggio di ammettere che tutto è una merda per tutti, o almeno per molti, sia finanche un po' idiota. Non serve a niente, ora, dire "vabbè, ma io sono fortunato, ho il giardino". Non serve a un fottuto cazzo di niente. Cioè, non fraintendetemi, è lecito e sano, quando entriamo nel letto in preda all'angoscia trovare qualcosa a cui attaccarci per riuscire a dormire o a non stare chiusi in casa in preda alla paranoia. Serve eccome, ci tiene fuori dalla pazzia. Ma a livello sociale, serve a poco. piazza Spose dei Marinai, Cesenatico L'insoddisfazione serve, la rabbia serve, toccare il fondo e sentirsi più soli e tapini di sempre, questo sì, serve, perché nella mia esperienza di fondi toccati, arrivare ad avere la faccia piallata nella merda è l'unico modo per cambiare le cose. Avere un ditino nella ca

Il mio posto sicuro

Delle volte, in ascensore, appoggio la testa alla parete di ferro verniciata di verde; mi vedo da fuori, stremata, sotto alla luce del neon, come se ci fosse una camera nell’angolo alto della cabina, e penso che potrei scrivere un post su questo senso di sovraccarico che provo. Già alle 8.30 di mattina, quando porto il cane a pisciare. Poi non lo faccio mai. Perché quel senso di sovraccarico non è una mia menata, dovuta all’emergenza geriatrica, o alla rava e alla fava; è uno stato reale, fisico, come di un vaso troppo pieno. Che non mi lascia le energie neanche per scriverne. Perché delle volte, nella vita, ci sono delle cose, chiamiamoli problemi, oppure anche, perché no, loop personali, che non lasciano spazio ad altro. È un po' come quando avevo ventisette anni, ero appena stata mollata, e l'ho realizzato solo quando, una sera, c'è stata una leggera scossa di terremoto e io ero sola sul divano e, pensando alle mie tre piccole che dormivano in tre lettini tutti attacca

Negli ultimi 10 anni

(Questo post è stato ispirato da un post analogo di una blogger storica: Claudia di la casa nella prateria ) Quando ho aperto questo blog, avevo 26 anni e il padre delle mie figlie mi aveva lasciato…stavolta per davvero. Prima di riorganizzare tutta la mia vita, cosa che non mi spaventava perché la convivenza tra noi era stata difficile e ora poteva solo andare meglio, c’era da accettare il mio primo fallimento personale. Io che ero sempre stata la pecora bianca di famiglia, quella che tutti prendevano in giro perché studiava, quella che si pensava avrebbe fatto strada grazie alla tigna inenarrabile, ecco, ora anche io dovevo scendere dal pero: post-adolescente, mamma single di tre figlie, non guadagnavo neanche mille euro al mese. E una gatta ogni sera miagolava insistentemente fuori dalla mia porta: avevo notato che la sua pancia era gonfia e non avevo il coraggio di lasciarla fuori. Attaccata al wifi del bar di BucoDelCulo, aprii un blog e lo chiamai: Quasi ventisette anni e già

Di quando ero piccola nell'entroterra romagnolo

Nonostante io sia nata nel 1983, sono stata cresciuta dai miei nonni proprio come è stata cresciuta mia madre e i miei zii nati negli anni sessanta.  Mio nonno veniva da una famiglia di contadini repubblicani, sfollati in una casa popolare a Faenza dopo la guerra; mia nonna invece per sposarsi con mio nonno, si era trasferita da Castel Bolognese. Una dozzina di chilometri, ma una grande distanza per lei che non aveva la patente. Sono stata cresciuta in un piccolo appartamento senza riscaldamento, come se fossi nata anche io negli anni sessanta e non nel decennio più edonista del secolo. Sono stata cresciuta senza pulizia e senza igiene, neanche minime: stavamo come saremmo stati in una stalla dell’entroterra romagnolo. Eppure, non mi sono mai ammalata. Ho passato le domeniche della mia infanzia a bordo del camion di mio nonno, a far visita ai parenti delle campagne che ristrutturavano le loro abitazioni secondo la moda dell’epoca - mobilio imponente e standardizzato, atto a contenere m

Ringrazio anche il male

Ci sono delle volte che mi sento fottutamente sola, anche se sono la persona meno sola della terra. Chissà perché mi viene in mente questa parola, "sola", che così poco corrisponde alla realtà. Almeno, la realtà che percepiscono gli altri, perché io, lo so io cosa sento. Comunque, non sto mezza giornata da sola da sette mesi, mi pare. Ho un cazzo di bisogno spasmodico di stare da sola, eppure me la meno con questa insensata paranoia della solitudine, che obiettivamente è poco piacevole, forse perché non fa esattamente parte dell'ambito menate, piuttosto dell'ambito traumi. Ecco, lo dico meglio: non è davvero solitudine, è piuttosto "non appartenenza". Io non sono mai stata di nessuno, non potrò mai esserlo, e dio solo sa quanto lo vorrei. Sarà la fase del ciclo - sapete che sono vittima del mio umore. Oppure questo intenso e condiviso karma post pandemico. E' strano no, percepire una mutazione nel momento in cui avviene. Non sto dicendo che andrà tutt

Quante contraddizioni in una persona sola

"Mamma, che cosa hai fatto per prima cosa, a diciotto anni?", mi ha chiesto Lucia a tavola. "Bè, una tra le prime cose che ho fatto è stata andare a votare" "Fico" "Insomma. Ho votato Berlusconi" "Ahahah" "A mia discolpa c'è da dire che in Emilia Romagna la sinistra è l'establishment fighetto incollato alla poltrona. In quel momento votare altro mi sembrava quasi un scelta contro-culturale" "..." "Ero cretina, avevo diciotto anni" "Io però intendevo la primissima cosa che hai fatto" "Sono andata in discoteca a festeggiare" (quella sera, sono andata in discoteca con le mie amiche. Scoprimmo solo dopo che facevano una specie di casting: ti intervistavano di fronte a una telecamera, partecipammo senza farci domande. Compilammo un modulo con i nostri recapiti. Qualche settimana dopo mi chiamarono, mi dissero che erano un'agenzia per modelle. Io a dire il vero non ho ma