venerdì 24 maggio 2013

Dieci anni fa, era febbraio


Era febbraio di dieci anni fa. Io ero a pranzo con la mamma del mio ex, perché era il suo compleanno. Per il suo compleanno pranzavamo al ristorante, solo noi donne. Mi ricordo che ha chiamato mio fratello, che nonna Cloe non stava bene. Nonna Cloe era molto molto miope e a volte si faceva male, quando faceva i lavori di casa. A volte la incontravo in giro, a Porta Imolese, che faceva la spesa, e lei per strada era così miope che non mi riconosceva e delle volte la vedevo che aveva due ciabatte diverse. Usciva sempre con la gonna, le calze, e un paio di ciabatte bianche come quelle che usano le infermiere. Allora, dico, nonna era normale che si faceva male. Non aveva la minima cura di sé. D’estate le piaceva tantissimo l’acqua fredda, perché soffriva il caldo, e allora metteva la bottiglia in frizer e la beveva praticamente ghiacciata e poi si sentiva male.
Quella volta invece era a letto, e di fianco aveva il vuoto lasciato da mio nonno. C’era questo cattivo odore, di sporco, e tutte queste cataste di oggetti sporchi ovunque. C’era mia madre, che in casa di sua madre non saliva mai, però quella volta era salita e quando sono arrivata la stava aiutando a vestirsi e la sgridava anche, perché non aveva chiamato prima. Aveva qualcosa ai piedi, delle ulcere, come a volte hanno i vecchi. Solo che facevano quell’odore di marcio e lei non si alzava da letto da una settimana. L’abbiamo portata al pronto soccorso, noi tre, che allora non eravamo ancora una vera famiglia, perché mia madre lavorava sempre e quando non lavorava aveva sempre un fidanzato, mio fratello invece che a scuola andava in giro a fare delle cazzate, e io, io stavo sempre a casa del Donatore, anche quando lui non c’era, perché viveva a San Remo.
Abbiamo portato nonna al pronto soccorso e un po’ ci vergognavamo perché puzzava. Era primo pomeriggio.
Alle 21 circa, con una gamba in cancrena, entrava in sala operatoria, con noi tre e i due fratelli di mia madre che guardavamo la porta rossa e piangevamo, anche i miei zii, che sono grandi e grossi. Sarebbe uscita di lì con una gamba completamente amputata.
Quando s’è minimamente ripresa le ho detto: “Ti restituirò tutto quello che mi hai dato, non ti abbandoneremo”. E quella promessa mi è costata veramente tanto.
 Quando, nello stesso ospedale, cinque anni dopo l’ho vista respirare flebilissimamente, ho pregato dio perché avesse pietà di lei e se la portasse via.

mercoledì 22 maggio 2013

ALLA SAGRA DELLA CARNAZZA


L’altra sera sono uscita con una cara amica che non vedevo da un po’ e il suo nuovo ragazzo, che tra l’altro è un mio lontanoparente perché le nostre nonne erano sorelle. E allora niente, siamo andati a mangiare a una sagra di campagna perché alle sagre si mangia sempre veramente bene. Lei dice, andiamo a piedi, che è vicinissimo, ed erano tre chilometri, all’incirca. Io c’è da dire che con le bimbe, i tragitti più lunghi che faccio sono quelli necessari per arrivare alla macchina, ma in effetti camminare mi piace sempre e poi per la campagna, in questa stagione, è proprio bello. Tipo che vedi i campi piatti e a ovest il cielo rosa.
Alla sagra si erano persi la nostra comanda e abbiamo aspettato un’ora per mangiare, quando alle sagre aspetti dieci minuti a dir tanto. La pasta all’uovo in genere è la cosa migliore che fanno, alle sagre romagnole. Sarà che a me la carnazza non piace granché e la piadina non è buona uguale dappertutto. Per dire, a me fa schifo la piadina di Faenza e mi piace quella di Rimini. Sui dolci devo dire che siamo piuttosto scarsini, a meno che non sali dalle parti di BucoDelCulo e oltre, quindi praticamente in Toscana, e fanno dei dolci alle castagne che sbav. Il vino era pressoché rivoltante. Siccome il sangiovesazzo è rischioso, non so se avete mai subito un day after da sangiovese del contadino, ultimamente prendo sempre bianco ma anche il bianco schifoso è pericoloso per il mio stomaco e quindi temo che il prossimo passo sarà solo vino imbottigliato.
Detto questo, la sagra è davvero un’esperienza antropologica e quella a cui sono andata l’altra sera davvero sembrava il raduno degli sfigati. Sarà che poco lontano c’era una bella manifestazione hipster-gastronomica e quindi le persone normali erano tutte lì.
Devo dire che andare ai raduni di sfigati giova moltissimo all’autostima (però, e qui apro una breve parentesi, trovo che l’esubero di autostima renda le persone assai meno sexy). Quando vedi i tuoi coetanei invecchiati male ti senti meglio, ecco.
Quindi niente, c’era il raduno dei motociclisti, i quali motociclisti erano radunati proprio fuori dal tendone dove si mangiava e continuavano a sgassare facendo meo meo meo. Dai de gass, si dice qui, che è un po’ come dire: accelera. A un certo punto il meo era talmente insistente che ci chiedevamo se non fosse musica pseudoelettronica e infatti dopo un po’ questo meo c’aveva anche dei bassi e allora s’è intuito che stava per cominciare a suonare la cover band degli Ac Dc. Uno sballo proprio.
Ce ne siamo tornati a casa a piedi, attraversando un pezzetto di Romagna estrema, tra le lucciole. Ridevamo e loro si tenevano per mano.
In macchina ho acceso Dalida e ho pianto tanto, forse per via del trebbiano che mi faceva male alla pancia.

giovedì 16 maggio 2013

ARREDARE CASA CON POCHI EURI


A fine mese mettete i centestimi uno sull'altro?

Vi dirò: non è necessariamente un male. Certo, quando uno si trova nella posizione di farsi staccare il gas non è piacevole. So cosa si prova: da ragazzina facevo spesso la doccia dalle amiche o da mia nonna. Per un adulto può essere romantico; da ragazzino ti senti che vali meno degli altri, e senti che forse è anche un po’ colpa tua.
Anyway.
Quello che volevo dirvi, in alcuni dei post che produrrò per questa fantastica rubrica che volendo essere pedanti non è una rubrica ma un tag, è che potete risparmiare, nella vita, senza sentirvi inferiori agli altri. E se rinunciate al consumismo, vi potrebbe succedere quello che è successo a me: uno stipendio, tre figlie, alcuni sacrifici, ma non è mai stato un problema pagare la bolletta del gas, perlomeno. E neanche il dentista privato quando ce n’era bisogno.
Si tratta di essere fantasiose, di non dare per scontato quello che la pubblicità dà per scontato: cioè che abbiamo bisogno di un mucchio di cose. Basta con questa storia che la pubblicità, la tv vendono un sogno: ma che ne sanno loro di cosa sogno io?
Si tratta anche di darsi delle priorità: dov’è importante, per me, spendere i miei soldi? Voglio garantirmi almeno una vacanza all’anno? Allora forse devo rinunciare alla colazione al bar tutte le mattine. Ma la mia vacanza avrà un sapore ben più buono. Voglio invece poterti permettere la colazione al bar? Allora forse dovrò rinunciare ad altro. Chennesò, al ristorante la domenica, a due paia di scarpe a stagione. L’importante è che vi mettiate nella posizione di scegliere e non che arriviate regolarmente a fine mese senza sapere che minchia di fine ha fatto lo stipendio.
A volte vi ho raccontato di quanto spendo poco a vestirmi...e si vede, direte! ;).
Oggi vi racconto di come ho arredato casa con pochissime lire (posto qualche foto che avevo già postato nel blog, perché sapete che a connessione sono messa male e non riesco a caricarne altre).
Sarò onesta. Quando sono venuta abitare nella mia adorata casa di BucoDelCulo io e il Donatore stavamo ancora assieme, e lui aveva diversi mobili; altri ce li ha dati mia madre, che ha traslocato in quel periodo in una casa minuscola (forse per tenerci tutti fuori dalle balle, I suppose).
Abbiamo deciso di rimontare nella casa nuova i mobili vecchi e brutti che avevamo, perché dopo la ristrutturazione non avevamo veramente più un soldo. Però almeno qualcosa avevamo, insomma. Io sono contraria a buttare via ciò che funziona ancora (mio fratello obietterebbe “a cos’è che non sei contraria, tu?”).
Quello che avevamo era:
-una cucina tipo Mercatone Uno che aveva cambiato molti appartamenti (difatti è parecchio storta. Il frizer e la lavastoviglie sono morti, negli anni, e non li ho mai sostituiti. Risparmio tantissimo nella bolletta della luce). Alla cucina ho aggiunto un tavolo dello stesso colore, comprato al mercatino dell’usato a euro 40, marca Ikea, e delle sedie in plastica arancione comprate al mercatino di beneficienza a circa 4 euro l’una, o qualcosa del genere;

- il divano di mia madre, che lei stessa aveva acquistato al mercatino dell’usato. Ho aggiunto due poltrone diverse, che stavano per essere buttate dall’albergo dove lavorava mio fratello; un tavolino a tre piedi, euro 3, mercatino di beneficienza; alcuni libri, alcuni quadri colorati di un artista locale piuttosto bravino. Ah, ho anche incorniciato all’ingresso una radiografia toracica di Carolina, divertentissima;

- un letto Ikea, a soppalco. La nostra camera era molto piccola e mi è bastato aggiungere il mio armadio antico di quand’ero piccola, ereditato da nonsochì; un’altra delle poltrone di cui sopra, e un po’ di libri, sempre molto d’arredamento. Nel tempo abbiamo fatto costruire una cabina armadio da un falegname che mi pare ci è costato un migliaio di euro;

-la cameretta a ponte di mio fratello. E’ diventato l’armadio delle bimbe. Abbiamo comprato tre lettini dell’Ikea, appeso disegni e quadri e lasciato che i pini e le colline fuori fungessero da arredamento.d

La mia casa non è affatto da rivista d’arredamento. Però mi ci sento a casa, ed è la prima volta in vita mia.
Non ci sono voluti soldi per darmi questo piacere.
Se avete consigli di mutuo aiuto o oggetti che voleste regalare a chi ne ha bisogno, potreste farlo nei commenti, magari, chennesò, qualcuno di voi si incontra.

lunedì 13 maggio 2013

UN'ISTRUTTIVA SESSIONE DI YOGA

L’altra sera le brulline erano con il Donatore e sono stata a quella che doveva essere una “passeggiata esperienziale” con un’insegnante di yoga che conosco, ma che poi è stata a tutti gli effetti una seduta in palestra, per via che pioveva. Tanto per cambiare, aggiungerei.
In realtà all’ultimo momento mi era passata la voglia di andare perché mi ero infilata in un libro, e sapete, per me non è scontato arrivare a casa, mangiare un surgelato e infilarmi dentro a un libro, a piacimento e in silenzio. Però, siccome a yoga dovevo andare con una collega, non volevo impaccarla. Perché lei è una di quelle persone che mi fanno sentire meglio con me stessa. A volte mi carico di aggressività e di nichilismo (non vorrei, ma spesso la mia vita è sopravvivenza), e non mi piace la mia tirchieria nel concedere stima. E quando ho a che fare con lei, mi sento sollevata perché mi ricordo che ci sono individui che stimo come persone e come professionisti e allora mi dico, fiù, allora non sono cattiva come penso.
Allora niente, eravamo pochi e io ero l’unica che non aveva mai fatto yoga e non ci aveva il tappetino. Quando toccava a me fare l’esercizio che si sputava fuori la rabbia, l’ho fatto così flebilmente che hanno riso tutti e l’insegnante mi ha abbracciata dicendo “topino”. Però poi l’ho riprovato a casa e l’ho tramandato alle bimbe.
Nonostante io non sia una tipa molto new age, per niente abituata a ragionare in termini di spirito e corpo, ma solo di dovere e piacere, questa seduta mi ha fatto un bell’effetto, cioè, mi sono sentita come se Arianna, l’insegnante, sapesse la verità e la so più o meno anch’io, ma ci arrivo in modo contorto, del resto qualcuno diceva che la via più breve tra due punti è l’arabesco e io sono l’arabesco, ecco, mentre Arianna mi sembrava la linea retta. Però già il fatto che so dove arriva l’arabesco è già qualcosa, no?
E ho pensato ad Arianna che vive in un bosco e che coltiva quello che mangia, e che dice che non dobbiamo pensare solo al lavoro e al dovere. E penso che il sistema in cui viviamo è contorto, molto contorto, per via che lega il piacere al dovere in modo morboso. In pratica ci hanno messo in testa che le cose che ci danno piacere sono quelle legate a un acquisto o a una spesa. Quindi paradossalmente, per andare al ristorante, al cinema, in vacanza, per acquistare una maglietta in più di cui non ho bisogno, devo lavorare forte, e se pesto i piedi al mio collega e guadagno di più compro più magliette. In pratica, rapporti umani e tempo per sé li misuriamo in termini di scarpe, magliette e altri oggetti. E pensare che avere poco fa diventare eccezionalmente creativi, vedi i cubani. E pensare che gli africani si divertono ballando, mica andando al cinema. E pensare che fare l’amore è gratis ed è l’attività più divertente che esista, ed è per quello se l’uomo di riproduce e il panda si estingue.
All’idea che potrei andare quasi quasi a yoga una volta a settimana, mi sono ricordata che ho tre bimbe e che il Donatore è disponibile solo se non ha una Fidanzata Ufficialmente Temporanea: ora non ce l’ha, però vatti a fidare, è un bell’uomo e ci sa fare, e quindi vabbè, continuerò ad arrivare alla verità in modo contorto, senza sentire il diaframma vibrare mentre faccio ooooooh (sarà che mentre facevo oooooh non sentivo vibrare un tubo di niente, se proprio vogliamo dircelo).

mercoledì 8 maggio 2013

Ho ricevuto vestiti per le bimbe


Ho ricevuto un sacchetto di plastica di un negozio sportivo, con su scritto il tuo nome a penna e “per le bimbe”. Le bimbe.

Sono tutte t shirt e felpe. Colorate. Qualcuna doppia, di colori diversi. Di cotone, soprattutto. E un vestito.

Sono tutti abiti da adulta in miniatura. Da adulta che sente un piacere strano, quando riesce a entrare in un abito da bambina.
Casualità, o forse no, o forse suggestione, tra gli abiti un fazzoletto di stoffa bianco e rosa. Per le lacrime.

Ora quegli abiti non ti vanno più bene e te ne sei liberata, perché non pesi più come un'adulta in miniatura.
Spero che anche il fazzoletto non ti serva più, almeno per un po'.

lunedì 6 maggio 2013

Al concerto di Mannarino


Qualche giorno fa un tipo rasta con gli occhi verdi, in mensa, ha letto sulla mia mano “comprare biglietti Mannarino” (no, non è che mi ha letto la mano, mi ero scritta un appunto), e mi ha detto vai a vedere Mannarino? No perché io l’ho visto, è bravo ma molto timido.
E l’altra sera, quando mi sono trovata a pochi metri dal palco, me ne sono accorta, che era molto timido. Perché sembrava uno che credendo di essere in un locale scalcinato, si trovava invece in un teatro pieno e con pure un tot di bimbiminchia tipo anch’io che facevano la ola e gridavano Ma-nna-ri-no Ma-nna-ri-no. Io ho chiesto a Bina se secondo lei non dev’essere tremendo e stupendo, essere lì di fronte a un teatro pieno che ti chiama e che è lì per te. Lei dice, no, se fai quello che ti piace non pensi alla paura. Ma non ne sono mica certa. Io al suo posto mi chiederei cosa diavolo ha nella testa tutta quella gente e che cosa si aspetta da me, e avrei paura, molta. Apparte che sogno tantissimo di avere tutti i miei tanti capelli sulla faccia e di cantare tipo “Don’t speak” o “Celebrity skin” spaccando una chitarra, ma non dovete pensare che so cantare, so suonare qualcosa e conosco le note. Niente di tutto ciò, ho i miei cd, ascolto di tutto di tuttissimo e non necessariamente rock inglese anni 70 come la gente si aspetta (?), e soprattutto canto veramente male.
Detto questo, Mannarino era con tre musicisti e a ogni canzone cambiavano chitarra. Il suono della chitarra mi piace molto, però cd “Bar della Rabbia”, che è quello che mi piace di più, era più funky, secondo me, di come ha suonato ieri. Comunque.
Niente, c’eravamo io, Bina e Serena che avevamo trovato solo tre posti separati: due vicini e uno nella fila di fronte. Abbiamo fatto l’estrazione a sorte e Serena è stata nel posto da sola, di fronte a noi. Di fianco aveva una mamma e una figlia, tipo 50 e 25, entrambe molto impostate, soprattutto la figlia, no, ma anche la mamma, perché ci aveva un vestito da teatro e una collana di perle e gli occhiali con la catenella. Ecco, questi sono i soggetti che se vogliono guardare un concerto in silenzio, non dovrebbero stare seduti di fianco a Serena, perché lei balla come un’indemoniata. La loro vicina ideale ero io, che, siccome non mi sono abbastanza allenata a saltare di fronte allo specchio della mia cameretta con le braccia in alto, mi limito a non muovermi o a muovermi poco, cosa socialmente accettabile, perché pensano che io sia hipster e quindi rientro in qualche categoria. E niente, sulle prime si stava tutti seduti e la sicurezza bloccava i ragazzini che ballavano da un lato, poi finalmente è diventato un concerto vero e ci si è potuti alzare. Quando ancora era tutto molto acculturato, Serena stava girata spesso indietro e ridevamo non troppo silenziosamente. Ci siamo prese un cazziatone dalla mamma e figlia, ma soprattutto figlia, che io e Bina ci siamo leggermente vergognate di essere due persone poco raccomandabili, mentre Serena ha continuato amabilmente a ballare e a cantare, come è giusto che sia, a un concerto.
Osservando la signora con le perle da dietro, mi sono accorta che quando hanno fatto “Osso di Seppia”, dove c’è il barbone che muore, ha estratto un fazzolettino ricamato e s’è asciugata gli occhi. Poi l’ho vista applaudire emozionata quando hanno fatto “Me so mbriacato”. Quindi dai, sono felice che si sia divertita.
Non hanno suonato la mia preferita, La strega e il diamante.
Però ho sentito dal vivo Maddalena, e per un attimo ho pensato: sì. E fu amore, e fu rivoluzione.
Invece adesso vorrei più parlare di surgelati rincarati, per dire.

mercoledì 1 maggio 2013

Primo Maggio


Nei giorni come questo penso a mio nonno Gino. Vorrei che entrasse da quella porta chiamando “D’la ca’! J’é inciô?” (Della casa! C’è nessuno?).
La domenica mattina lui faceva visite. Era piuttosto invadente: faceva il giro della casa e valutava, poi usciva e passava all’amico o al parente successivo. Le sue visite cominciavano presto, quando la gente dormiva e terminavano prima del pranzo, ce aveva luogo a mezzogiorno in punto. Da piccola non mi ero accorta che il nonno era un rompipalle. Mia madre, sua figlia, lo adorava. Penso che fosse l’unica persona al mondo che mia madre adorasse. Tutti lo adoravamo. Parcheggiava il camion (di lavoro faceva i traslochi) sotto casa, riconoscevi il suo suono quando arrivava. Odorava di nafta e alcol. Beveva un po’. Forse molto, anche a colazione metteva il cognac nel caffè. Però non l’ho mai visto stare male o fare cose strane, quando beveva. Salivamo tutti tranquillamente sul camion con lui. Una volta ricordo che andammo a fare una grigliata con i suoi amici ricchi (era un uomo brillante e pieno di amici), e lui cantava molto assieme a Cassio, che aveva un’orchestra di liscio romagnolo e che poi cantò anche al suo funerale. Quando tornammo a Faenza, ricordo che la strada era molto impervia, da fare in camion, e mia nonna si teneva forte alla maniglia dello sportello ed era incazzata.
Lo adoravano tutti. Mia nonna lo odiava, e pensavamo tutti che fosse una vecchia cattiva. Lo chiamava spesso “testa ‘d caz”. Mia nonna odiava anche i suoi amici, sarebbe stata volentieri a casa a leggere romanzi anche alla domenica. Mia nonna non faceva altro che leggere romanzi tutto il giorno, oltre a cucinare. Alla fine, a forza di leggere, era diventata quasi cieca, e quando mio nonno morì le si ruppero gli occhiali e non aveva i soldi per ricomprarli. Io glieli volevo prestare (avevo diciotto anni), ma lei non accettò e io non insistetti. Mi odio ancora, per questo.
Mio nonno oggi sarebbe entrato da quella porta e si sarebbe seduto a tavola e io avrei tenuto sempre un po’ di sangiovese per lui. Avrebbe guardato le bimbe e i suoi occhi si sarebbero riempiti di lacrime di commozione (dopo che ebbe l’ictus, non riusciva più a trattenere le lacrime. Piangeva come un bambino ogni volta che provava una piccola emozione, anche quando qualcuno vinceva alla “ruota della fortuna”, anche quando io gli passavo i cioccolatini di nascosto, perché non li poteva mangiare, e nonna lo avrebbe preso a male parole).
E’ primavera: avrebbe indossato dei pantaloncini da tennis, una camicia, calzini bianchi e mocassini. Si vestiva in modo strano, mio nonno. Era un po’ una rivisitazione di un ex ricco degli anni 70, in un club di Saint Tropez.
Ma nonno Gino non verrà a piangere a casa mia, perché gli è scoppiato il cuore dodici anni fa.