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Settembre, andiamo

Allora, siamo a settembre.
Ci vado a piano a parlare di progetti e autunno perché semplicemente, a Rimini, l’autunno arriva più tardi.


L’estate qui è lunghissima, parte da, massimo massimo, inizio maggio e arriva fino a, almeno almeno, metà settembre. Questo vuol dire sostanzialmente tre cose: spiaggia, casino, cose da fare.
La spiaggia a dire il vero si frequenta tutto l’anno, solo che in inverno ci vai a fare la passeggiata prima di andare al lavoro, ed è davvero molto mindful, perché non c’è nessuno, solo le onde che si infrangono cicliche, in un eterno ritorno. D’estate però il quartiere e non solo, si trasferisce proprio, ognuno al proprio ombrellone.
Ci sono i tornei di beach volley e beach tennis ai quali non parteciperei neanche sotto tortura, ci sono le giornate lunghe, tanto che spesso sono andata a sedermi sulla sabbia o addirittura a fare il bagno anche dopo cena. Ci sono quelli che fanno pilates al tramonto e i bambini/ragazzini/ragazzi che scorrazzano. C’è anche rumore e…
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Non più bambine: cronache dall'adolescenza

So che mi prenderete per il culo, ma io credo un casino ai sogni e alle vibrazioni.
Stanotte per esempio ho sognato di aver chiuso in uno sgabuzzino, dimenticandomela, la mia figlia più dolce, che ho sempre adorato, e che però, con l'adolescenza, diventa sempre più introversa, a volte talmudica, e che, naturalmente, mi manca da morire.


Camilla è sempre stata il mio lato creativo e timido portato all’ennesima potenza, ha sempre avuto una dignità pazzesca e aspettative altissime, ha sempre vissuto in un mondo piccolissimo ed equilibratissimo, in cui pochi avevano il libero accesso, ma almeno tra quei pochi c’ero anche io. C'ero soprattutto io.
Poi pian piano la sua dignità è diventata la corazza di un istrice perennemente offeso, e il suo equilibrio, la sua simmetria, la sua precisione di bambina, si sono trasformate in un perfezionismo specialmente estetico, quasi maniacale, che la rende sempre insoddisfatta, specie di se stessa e di quello che fa, che la fa smettere di cantare…

Fuori dalle sabbie immobili

Allora l’altro giorno mi capita sta cosa: si voleva fare un giro al bellissimo evento faentino Argillà, ma pioveva che dio la mandava così, mentre io e le bimbe ce ne tornavamo a Rimini dico “ehi, perché non ci fermiamo al centro commerciale che vorrei tanto comprarmi una poltroncina per cominciare a chiamare casa questo posto dove siamo posizionate da due anni?”.

(vabbè, non vi dico cos’è il centro commerciale a Rimini, una domenica di pioggia ad agosto.)

Siamo finite a comprare delle scarpe da trekking per le bimbe, memori del nostro ultimo trekking invernale.

Perdonate la digressione, dopo la quale non ricorderò affatto di cosa parlava questo post, ma vale la pena raccontarvelo. Io e le bimbe non siamo delle vere escursioniste: noi, e soprattutto loro che hanno passato i loro primi dieci anni nella natura, a dormire in tenda al fiume o a camminare per la vena del gesso, siamo piuttosto gente che ama stare per i cazzi propri, e il bosco è l’ideale. Perché più cammini, più non pensi …

Otto anni dopo

L’altro giorno ho letto per caso alcuni miei post vecchi e ho trovato questo post del 2010, quando avevo aperto il blog da pochi mesi: si chiama Guardateci, ed era una cartolina dalla mia casa a BucoDelCulo.
(Vi invito a leggerlo, poi tornate qui)



Nel 2010 avevo 27 anni ed ero recentemente stata mollata, ma non ero certa che quello fosse un vero addio (più o meno lo è stato, dico sentimentalmente), non ero felice, anzi forse è stato uno tra i momenti peggiori della mia vita. Tuttavia non ero certa che fosse auspicabile tornare indietro, a una famiglia “normale”, ma con due genitori che non ne potevano più, né di una vita tanto caotica, né l’uno dell’altra.
Nei commenti a quei post scrivevo: preferisco parlare con voi che con le mie amiche, almeno non ho l’impressione di farvi pena, forse perché non mi vedete piangere e dimagrire. A dire il vero in quel periodo non avevo molte persone attorno, l’ho affrontato davvero da sola. Solo mia madre è stata una presenza costante, forse mio frat…

Mi sono stufata del low cost

Il low cost una volta sembrava una gran bazza, perché non ci si faceva domande.

Il mio primo volo su Ryan Air l’ho acquistato quattordici anni fa! Io e la Michi siamo andate a Londra con una ventina di euro a testa. Neanche avevamo la connessione a casa, andammo a casa di Dora, ci collegammo da un fisso. L’operazione ebbe qualcosa di ieratico ed esoterico, ricordo. Viaggiare era così, prima della globalizzazione. Tu andavi e non sapevi cosa ti aspettava, spesso sapevi la lingua male e poco, non avevi connessioni con casa tua, tanto che al rientro, appena trovavi un fisso, chiamavi tutte le amiche. In viaggio, solo la mamma, dalla cabina telefonica, con la linea disturbata.

Ma torniamo alla prenotazione. Stampavi questi lunghissimi biglietti sperando che il volo pagato 20 euro fosse reale. Per essere reale era reale, ma volare, lo scoprivi dopo, non era più l’esperienza lussuosa a cui eri abituato. Ad oggi la qualità s’è drasticamente abbassata anche in moltissimi voli di linea. Benis…

Ho provato il glamping e...

Ho sentito parlare per la prima volta di glamping meno di sei mesi fa, e avevo già comprato i biglietti aerei per le vacanze in Inghilterra, anche se il programma era ancora più che vago.
Il termine è passato in sordina tra i suggerimenti di Facebook: forse potrebbe interessarti.
Ho fatto una ricerca al volo su Google e ho scoperto che glamping è la composizione di due parole: Glamour + Camping. Insomma, campeggio figo. Non potevo che rimanere colpita dalla definizione, sembrava fatto per me.

Non sono mai stata una fanatica del campeggio: a me piace dormire a letto. Non per fighetteria eh, ho dormito nelle situazioni più improbabili che possiate immaginare: divani con pulci, camere condivise in ostelli, hotel decisamente brutti, ho fatto couchsurfing e soprattutto friendsurfing decine di volte e senza pretese. Ma devo dire la verità, dormire senza uno straccio di materasso non mi ha mai fatto impazzire. Se non ho neanche un cuscino direi che la cosa assomiglia più a una tortura che a …

Fissata con le parole

Ho un rapporto ambivalente con i termini generici usati al posto di termini specifici.

Mia figlia per dire abusa della parola “Tizio” quando non ricorda il nome di una persona (io in quei casi ovvio con la descrizione del suddetto, mio fratello con un nome a caso, cosa irritante quanto divertente) e del sostantivo “Robo”. Allora io mi irrito e le chiedo per cortesia di utilizzare termini meno generici, così, per venire incontro a questa mia personalissima idiosincrasia (poi mentre lo dico ricordo sempre quella volta che a un posto di blocco mi fecero il test del palloncino e io dissi, tra le risatine soffocate delle mie amiche, che la mia ridotta capacità polmonare non avrebbe aiutato la buona riuscita dell'accertamento).
Mia madre usa il termine “Foglio” al posto di modulo, documento, bolletta e qualunque cosa possa essere stampata su un A4.

Ora, non che io conosca più parole della media.
Ho dovuto fare i conti con il mio lessico limitato quando mi sono abbonata alla newsletter “