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Sono diventata un tiro al piattello

Stamattina come al solito c’era una delle mie tre figlie che aveva voglia di sfogare una legittima frustrazione adolescenziale sulla propria madre e pertanto ha attaccato con la sempiterna solfa secondo cui a casa non ci sarebbe mai abbastanza da mangiare, rifiutando la mia profferta di yogurt, toast, crackers, biscotti, the, latte, succo di frutta (“è marcio!”, ha dichiarato di fronte a una confezione di succo ACE comprato il giorno prima, in scadenza a novembre dell’anno prossimo, rea di essere stata macchiata da degli schizzi di salsa di soia, la quale peraltro era stata rovesciata da lei stesso o da una delle sue sorelle, le quali tuttavia hanno dichiarato all’unisono “non sono stata io”). Posto felice sull'isola di Skye Le mie figlie mi stanno letteralmente tiranneggiando. Questo è deprimente. Vedono che c’è una sola persona adulta tra me, il padre, la nonna, gli insegnanti che non si arrabbia quasi mai, si prende ogni singola responsabilità, dà tutto senza lamentarsi, e decid
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Non morirò per questo

Leggo sui social tante persone che parlano di questo famoso settembre, in cui le vacanze sono terminate e si torna alla solita vita lontana dai bisogni veri e desideri. E questo per loro sarebbe ok. Sarebbe auspicabile. Forse il problema sta in quella prima parola che ho scritto: leggo. Leggere gli altri anziché parlare, il problema in fondo è quello. Le persone vere mediamente non sono felici di tornare dalle vacanze. Ma magari sui social se lo raccontano. Ad esempio ultimamente mi è capitato di conversare con diverse persone che mi hanno raccontato di aver vissuto malissimo il lockdown. Che non dormivano la notte per via della cassa integrazione, che non sapevano come avrebbero fatto a pagare l'affitto. Che hanno visto i figli pagare gravi conseguenze psicologiche, che ancora non sono passate del tutto. E allora, mi chiedo, se stavate tutti come me, perché cazzo dicevate "Andrà tutto bene"? Perché vi prendevate per il culo? Perché continuiamo a prenderci per il culo sui

Fate figli solo se siete pronti a tutto

Quando studiavo all’uni, poco prima di diventare mamma, mi ricordo che andavo nell’aula internet e navigavo alla ricerca di un’esperienza di cooperazione internazionale chissà dove. Mi sembrava una possibilità elettrizzante, che faceva un po' di paura ma paura buona. Non sapevo che la scelta di fare figli è altrettanto coraggiosa.  Eppure molti fanno figli, mentre pochi vanno in missione in Congo. Come se fare i figli fosse un’esperienza da divano, tipo avere un gatto.  Per me fare figli non è mai stata un’esperienza da divano, ma nel mio caso era facile intuirlo, perché la persona con cui li ho fatti non era il tipo di uomo da villetta a schiera e lavoro in ufficio, sennò probabilmente non ci saremmo mai messi insieme.  Non sapevo neanche che le mie figlie non sarebbero state tre tipe da villetta a schiera. Forse perché sono la versione estrema di me: sono quello che dico ma non quello che faccio, hanno messo a dura prova ogni mio discorso inclusivo da millenial tipo “puoi vestirt

Un'estate strana

 È un'estate diversa da solito, questa. Sembrerebbe la prima estate senza le Brulle. Nel senso che molto spesso escono di casa verso le cinque, quando io sono ancora al lavoro, e tornano a tarda sera, quando io dormo. Poi la mattina dopo mi sveglio per andare a lavorare, mentre loro dormono. È Rimini, baby. Non siamo neanche andate in vacanza assieme, per la prima volta. Avevo prenotato un glamping in Lunigiana, ed era stato un gran lavoro di mediazione. No mare, no montagna, no borghi, no arte, no weekend, no tenda, mi hanno detto. No soldi, ho risposto io. Che poi fa ridere, perché mi ricordo che quando davvero non c'erano i soldi, durante la mia infanzia, altro che glamping: era già un miracolo quando non avevamo la luce staccata. Comunque ho prenotato questa tenda comfort, mi sono assicurata che ci fossero le prese elettriche per le tre smartphone-dipendenti, e niente, Carolina s'è rotta un metatarso a pochi giorni dalla partenza e abbiamo rinunciato, perché l'unica

Se ci tenete al sonno, non fate figli adolescenti

 Per trentanove anni non ho fatto altro che essere diversa da mia madre, nonché da ogni madre del mondo, e solo oggi, con due figlie diciassettenni e una sedicenne, sono diventata parte del mondo reale: sono una qualunque mamma; di più, una mamma con l’ansia; di più, una mamma rompicoglioni. Sono mia mamma, mia nonna e tutte le mamme e le nonne messe insieme, nella grande ed eterna comunità umana delle donne preoccupate. Non sono mai stata ansiosa in vita mia; non sono mai stata preoccupata; di più, quando ho cominciato a prendere coscienza della mia introversione, ho considerato la mia tranquillità un pregio. Ho cominciato ad ascoltare tutti quelli che mi dicevano “siete un quadretto bellissimo, è raro vedere una mamma tanto tranquilla con tre bambine tanto tranquille”. Oggi persino la mia bambina quella così tranquilla da essere praticamente statica, è un palo nel culo. Sì, sto parlando di quella a cui si riferivano le mie amiche quando sussurravano “se avrò un figlio, vorrei che

Parte di un clan

L’altro giorno ero a pranzo con degli amici di un amico, e devo dire che certe contaminazioni sono per me piacevolissime. Io che sono sempre stata una persona “radicata” in Romagna (pur avendo cambiato città tre volte e viaggiato più che potevo), adoro ritrovarmi in situazioni “temporanee”, di condivisione anche profonda con persone che forse non rivedrò mai più. Mi lasciano sempre qualcosa di importante. Perché se ti conosci per una giornata, in quella giornata porti di te ciò che vuoi, non il pacchetto completo, non la complessità del tuo karma; solo la tua apparenza, che forse è ciò di più vero che hai. E quindi niente, ci si trova a pranzo io e L. con questo mio amico, una esperta di numerologia, una musicista e un ingegnere trasfertista che viaggia il mondo. Questo hanno detto a me a L.: che siamo evidentemente anime gemelle. Mi piace pensare lo abbiano detto per il fatto che siamo vicendevolmente gentili (più lui, comunque). E allora pensavo a una cosa importante che ho svi

Perché a diciotto anni credevo di essere di destra

 L’altro giorno un mio caro amico mi ha mandato la foto di un libro sul fascismo che sta leggendo. “Da molti anni l’appartenenza al partito era diventata una condizione necessaria per essere impiegato dello Stato o del Comune, o delle maggiori aziende industriali o commerciali […]. La tessera del partito, fu detto, era la tessera del pane” Credo che il mio amico volesse suggerire un paragone con il green pass, ma la prima cosa a cui ho pensato io è stata la penetrazione della politica di “sinistra” nel tessuto economico emiliano romagnolo, sempre esistita da quando sono nata. E mi sono ricordata il motivo per cui a diciotto anni ho creduto di essere di destra. Perché ero povera, e la sinistra italiana, da sempre dominante nella mia regione, non è roba per noialtri. Io a quasi diciotto anni Ricordo nello specifico che a mia nonna avevano appena amputato una gamba, e dopo mesi in ospedale era cognitivamente andata. Una bambina stronza. Mia madre, che aveva avuto sempre un rappo