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Le ragazze sono cazzute

Ieri mattina sono andata in posta, e oltre ai soliti vecchi, c'erano diversi ragazzi. Uno era bengalese, piuttosto bello, con un accento del sud Italia: accompagnava la madre velata a fare una commissione. Portava delle ciabatte in plastica sotto ai jeans, li immagino sempre con le ciabatte, quelli del sub-continente indiano. Mi ha sorriso, io ho sorriso a lui.
C'erano tre ragazzine tedesche che dovevano comprare francobolli per spedire delle cartoline. Spedire cartoline, andare in posta a comprare francobolli: potevamo essere nella Rimini nel 1980.
E poi c'era questa nonna con un accento lombardo, piccolina e rompipalle, con una nipote di forse sedici o diciassette anni, parecchio più alta di lei, con le guance sbruciacchiate dal sole. Credo che la nonna le stesse procurando una carta di credito ricaricabile. Le ha messo dentro pochi soldi e gliel'ha detto quasi come se fosse un rimprovero, e la ragazza, per risposta, le ha dato un bacio tra i capelli, chiudendo gli occhi, e io ho pensato quanto significhino venti euro a quell'età, che spiraglio di indipendenza, avere qualche soldo tutto per sé, e mi sono sentita invadere dalla dolcezza. Che belle sono le nonne, le mie almeno lo erano.

Una mostra di foto di O. Toscani.

Ieri sera invece io e le bimbe siamo andate a un concerto di due rapper che non erano neanche malaccio. Era davvero come stare a un istituto tecnico all'intervallo: c'era una netta maggioranza di maschi e i maggiorenni erano meno della metà, lo so perché ai maggiorenni, previa esibizione del documento, mettevano il braccialettino per acquistare alcolici. Pessima mossa peraltro, perché i diciottenni possono anche guidare: forse bisognerebbe trovare il modo di non fare bere chi guida, prima ancora che non far bere i minorenni.
Non mi parevano buoni o cattivi, sti ragazzini, erano esattamente come eravamo noi, dei branchi. Tra l'altro dei branchi testosteronici, in qualche caso invasati, sta musica a volte sembra quasi techno, non è come ascoltare il reggae, ti fa incazzare, si poga ancora come ai nostri tempi, si rischia di farsi male, ma che fai, li chiudi in una teca? No, queste esperienze sono da fare, per forza. Come mamma preferisco andare personalmente a testare la situa, piuttosto che vietare.
Dicevo, erano tutti in branco a parte una, diciassette anni, capelli lunghi, frangetta e occhi verdi, con cui abbiamo scambiato qualche chiacchiera: era da sola. A fare più di cento chilometri da sola in treno per andare a un concerto ci vuole una certa grinta, specie in quella fase della vita in cui il branco che ti protegge è tanto confortevole. Tra l'altro andare a un concerto in treno a Rimini, significa necessariamente che non sai quando torni. Ho pensato ai suoi genitori.
Poi accanto a noi c'erano anche quattro ragazze bellissime, truccatissime, tutte con tette enormi generosamente esposte: ho sentito che dichiaravano quindici anni.
Comunque con me erano tutti gentili, chiacchieravano e mi davano del lei. Non che mi piaccia sentirmi vecchia, però francamente non ho diciotto anni e non voglio dimostrarli né nell'aspetto né nel comportamento. Anzi, sono ben felice che rispettino più una mamma nella folla che il buttafuori, mi rendo conto che basta una mia occhiataccia e quello che fuma tra la gente stipata come le sardine, o quello molesto che spinge si fanno subito in là, anzi, a volte mi chiedono pure scusa. Io sono lì e non dovrei esserci, o forse sì, almeno finché me lo permettono.
Comunque c'era questa ragazzetta con un paio di amiche, aveva una maglietta larga, i pantaloncini e le catene e un lucchetto al collo. I capelli vorrei dirvi che se li era rasati, ma no, erano troppo radi e fini per essere rasati. Mi ha chiesto se i biglietti comprati su internet dovevano essere cambiati alla cassa, le ho detto non so, forse c'è scritto sul biglietto. Siamo andate assieme alla cassa, e ce l'ho sempre avuta dietro in fila, e anche al concerto era vicino a noi, in prima fila. Ballava e cantava anche i pezzi più incazzosi, però quando incrociavo il suo sguardo faceva un sorriso dolce, credo che tra le pochissime certezze di questi rapper o trapper ci siano le mamme, ne parlano tutti, anche i più incazzati, un po' alla "ciao mamma guarda come mi diverto", le mamme sembrano un'istituzione, i babbi meno, che si facciano delle domande questi babbi a volte assenti.
E insomma, a un certo punto il buttafuori lanciava delle bottigliette d'acqua alla folla, e devo dire che non era una cattiva idea, visto che molti erano lì con i soldi contati per il biglietto e mezzo litro d'acqua in quel locale costa dai tre ai cinque euro (mi dicono tre euro prima delle dieci, cinque dopo. Insomma l'acqua costa quanto una birra, un'ottima trovata per non far bere chi guida). Dalle nostre parti non è arrivata nessuna bottiglia, i ragazzi protestavano, allora lei ha chiamato il gorilla, dolcissima e cazzutissima, e gli ha urlato: "Sono malata, posso avere dell'acqua?", e ha ottenuto anche lei la sua bottiglietta da condividere con i suoi amici. 
Mi è rimasto il suo bellissimo sorriso in testa, e le sue catene al collo.

Commenti

  1. Quanta bellezza in questo racconto!
    Enrica

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  2. Io più ti leggo e più ti vedrei a scrivere un romanzo, dolcissimo e graffiante, su questi ragazzi, sulla vita di provincia... Claudia

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    1. Allora, ti spoilero che un romanzo l'ho appena finito di scrivere e uscirà, credo, il primo ottobre. I ragazzi ci sono, ma non tantissimo; la provincia c'è, e poi ci sono io a quintali. :)

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    2. Lo sapevo! Lo sentivo troppo nelle tue corde! Evviva!

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  3. che bello sapere che uscirà un tuo romanzo!sono sicura che sarà una lettura da non perdere. ad maiora! Giulia

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  4. Non vedo l'ora di leggere il tuo romanzo!

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