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Creepy Easter

E così tocca andare a BucoDelCulo per adempimenti vari; rimando, procrastino, delego, ma tant'è, zaino in spalla e si va.
Mi accoglie la vicina zoppa, stessa grinta, stessa voce, stesso pile e neanche una ruga in più. Mi scruta da lontano riparandosi gli occhi dal tramonto, si appoggia sul muretto di sasso di fiume e mi aspetta, per chiedermi delle bimbe.
Un marocchino con grandi baffi e un largo sorriso mi saluta dall’altra parte della strada, quando stavamo quassù viveva con un coinquilino albino, ora ha un paio di figlie grandi, forse è riuscito a portare in Italia la sua famiglia, sono felice per loro, sempre se sono felici.
Un signore rumeno si sbraccia e sorride, credo mi auguri buona Pasqua, ma parla a stento l'italiano, forse per questo indossa una maglietta con una scritta ridicola sul pancione rotondo. Di lavoro fa il nonno casalingo, sorride sempre.

Vado al bar, ordino un lemon soda, mi siedo sulla terrazza affacciata sul fiume, la terrazza è incantevole, eppure il bar è brutto. Un vecchio mi chiede delle bimbe, e dagli occhi liquidi credo abbia ricominciato a bere, a volte non c’è altro da fare. Per oggi ne ho abbastanza.
Mi sposto in macchina, paradossalmente nei paesini l'ecologismo non è una priorità, si spostano tutti in panda anche se potrebbero andare a piedi, parcheggio in salita tirando il freno a mano più che posso, aspetto Serena in un altro bar mentre mi sfondo di patatine. In pratica sto facendo il giro dei bar.
Bevo un bicchiere di vino, scambio due chiacchiere e poi vado a mangiare una pizza con mamma in questo posto nuovo, che a dire il vero nuovo non è, è un albergo in prossimità delle terme che è stato riaperto senza, sembra, un grande lavoro di ristrutturazione, perché vedete, in collina è così, non importa se i tavoli sono tutti diversi e le piastrelle sono quelle degli anni sessanta, e non importa neanche se le tovaglie sono fermate sotto al tavolo con lo scotch se la pizza è buona, e qui lo è. La margherita, servita al tavolo con regolare coperto, costa tre euro e cinquanta, e guarda caso quando alzo il naso dal menu, sono circondata. Ci sono vecchi col riporto, coppie invecchiate, coppie giovani e invecchiate e soprattutto figli, una marea di figli, qui non c’è altro da fare che far figli, due o tre e possibilmente prima dei trenta. Rimbomba tutto, tutta quella gente con figli si muove in maniera davvero caotica, e non ho neanche fame, ma mi sembra tutto così interessante, così interessante, che potrei passare qui la sera, non fosse che dopo le 21 divento intrattabile, così torniamo a casa a piedi, in salita, mi metto a letto subito a non dormo fino all’una passata, è stato troppo, troppo. A Rimini sono tutti cordiali, pieni di interessi, mi sento pure meno estranea, ma qui, qui, è tutto il giorno che mi sento tanto viva, così dolorosamente viva che non ci dormo, ho lo stomaco in una morsa, sono un fascio di pensieri, panico e dubbi.
Mi sveglio a casa di mamma, dopo aver fatto un brutto sogno, con Paolo e un gatto spiaccicati. Dico, io ci avrei voglia di andare al cimitero su a Marradi, saranno sei o sette anni che non vado, mamma accetta, sa che ho bisogno, è eccezionale in questo, sa sempre quando ho bisogno, così ci inoltriamo nelle orfiche montagne di Dino Campana, parcheggio tirando il freno a mano più forte che posso.
Dopo ventotto anni la tua foto sulla tomba, avevi la mia età, fa ancora un male cane, io e mamma piangiamo e non ci diciamo niente, come quando ero una bambina e non sapevo dove mettere tutto quel dolore. Passiamo di fronte alla chiesa, la messa di Pasqua è appena finita ma non c’è un cane, giusto un paio di famiglie con bambini bambini e bambini, e tre o quattro tossici della comunità, in pulmino, non puoi non riconoscerli, tra le altre cose fumano in maniera ossessiva, a fatica resistono per un’intera funzione. Come i matti, anche quelli delle case di cura psichiatriche spesso fumano così, compulsivamente.
Entriamo nella casa del prete, la cosa che amo di alcune case dei preti è la porta sempre aperta. Di fronte alla televisione c'è un ragazzo che fuma con un bicchiere che per quanto mi riguarda potrebbe essere di whisky o coca cola, è cordiale, ci chiama il prete. Mentre aspetto noto una bilancia pesa-persone sul pavimento.
È più vecchio dell’ultima volta che l’ho visto, ma non così tanto, eppure a occhio e croce avrà i suoi ottant’anni, e dev’essere stanco ma stanco di badare ai tossici, di vedere sempre e solo il peggio, eppure ha qualcosa di luminoso, non so cosa ma potrei quasi pensare per un secondo che cristo esiste, ed è in quel prete.
Ci abbraccia commosso e mi dice sei sempre uguale a lui, e io è solo in quel momento che so che sono venuta per sentirmi dire di nuovo quella frase.
Per un momento, so chi sono.

Commenti

  1. È che in certi giorni di ha tanta nostalgia dei giorni passati e delle persone che non ci sono più. i

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  2. Fenomenologia della vita di provincia. Brava. Bel post

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  3. Come sei brava, e vera.

    Giulia

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