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Programma o sarai programmato

Nella mia wish list c’è questo saggio, si chiama “Programma o sarai programmato” di questo Douglas Rushcuff, guru, ma non l’ho ancora letto.
Se fino a tre o quattro anni fa la tecnologia mi interessava come mezzo per il mio lavoro (il marketing) e anche il mio hobby (scrivere), a un certo punto ho dovuto fare i conti con il fatto che in casa tre persone su quattro sono native digitali, e ho cominciato a leggere sempre di più, a scavare sempre più indietro e anche sempre più avanti e anche sempre più a fondo, finché la tecnologia non ha cominciato a interessarmi quasi come fosse un fine. Sto anche tenendo un corso di computer per anziani, di cui vado orgogliosissima.
Più divento tech savvy più cresce l’entusiasmo, ma è indubbio che ci siano delle storture, di cui a volte ho parlato anche qua. Sapete che non sono mai impazzita per i social network e forse sapete che, in generale, non mi piace affatto Instagram. Eppure, sentite che mi è successo.

Photo by Zac Durant on Unsplash

 L’altro giorno ho finito i 10 GB previsti dal mio piano mensile (a dire il vero utilizzo molto più internet: al lavoro sono connessa tutto il giorno) e mi sono detta: meglio così. Se ci fate caso (almeno, a me capita così) se siete costretti a stare senza connessione per ore o giorni, quando poi vi riconnettete vi stupite di quanti pochi messaggi rivolti nello specifico a voi vi siano arrivati. Su centinaia di email di lavoro, migliaia di email pubblicitarie, centinaia o migliaia di messaggi whatsapp sui gruppi e centinaia di notifiche su FB, ci sono forse una decina di messaggi magari non importantissimi, ma che richiedono (o a cui desiderate dare) una risposta. Eppure, per pochi messaggi a cui rispondere, controlliamo il cellulare decine di volte al giorno.
In ogni caso, ho finito i giga e mi sono chiesta perché a volte li finisco a volte li risparmio.
Mi sono chiesta se avevo ascoltato troppe volte la musica su Youtube invece che su Spotify (che consuma meno dati), o se avevo usato Google Maps anche per andare a pisciare, per sublimare la mia ansia di perdermi; o forse avevo esagerato con il dottor House?
Ebbene, no. O meglio sì, ho usato 5 dei miei 10 giga nell’hotspot, quindi fondamentalmente per vedere serie e video per preparare la mia lezione.
MA ho usato anche 3 giga su Instagram. Non solo Instagram e tante altre app utilizzano dati in backgroung (ovvero consumano dati per aggiornarsi anche quando non le state usando), ma dal 1° febbraio ad oggi, ho aperto e sfogliato le foto altrui senza accorgermene e soprattutto senza che io avessi un costante interesse a farlo.
Non fraintendetemi: ci sono diversi profili che davvero mi interessa seguire. Ma, e questo è inquietante, non mi accorgo di farlo molte volte al giorno. E qui mi torna in mente il programma o sarai programmato del titolo, e l'importanza di avere un ruolo assolutamente attivo nei confronti della tecnologia, che poi è quello che sto cercando di insegnare ai miei vecchietti ("noi siamo qui perché quando vi chiederanno di fare qualcosa su internet, per voi non sarà una disgrazia caduta dal cielo ma un'opportunità con indubbi vantaggi").

Poi mi è successa questa seconda cosa. Mia madre mi ha trascinata all’Ikea, soprattutto per comprare le nostre adorate Delicato Ball (le palline di cocco, cioccolato, avena, caffè, non so cosa). Mentre camminavamo ci ha colpite un piccolo stand up meeting tra una che poteva essere una consulente - coach - whatelse di zona e una semplice addetta. La prima spiegava alla seconda che si deve dare dei KPI (key performance indicator, insomma obiettivi misurabili), come “A quante persone ho detto buongiorno sorridendo oggi?”.
Ora, capisco che il discorso potesse suonare strano perché l’ho colto decontestualizzato, quindi io e mia madre ci siamo guardate stranite e abbiamo proseguito.
Al baretto subito dopo le casse, dove c’è il classico hot dog schifoso a un euro, il panzerotto eccetera, c’è una cassa automatica e non molto user friendly e dei commessi a servirti il prodotto.
Ci siamo messe in fila per un panzerotto e la cassa s’è inceppata, come poi era successo anche l'unica altra volta che l'abbiamo utilizzata; abbiamo chiamato un commesso, che ha chiamato un altro commesso, che ha chiamato un altro commesso, finché non sono arrivati quattro commessi e abbiamo perso quindici minuti. Insomma, mi ha un po’ stranito il fatto che mettono la cassa automatica, suppongo, soprattutto per risparmiare personale e tempo, e invece eravamo lì in sei a perdere tempo.

E mi sono detta: ma quindi, facciamo il punto della situa.
La macchina, l’automazione, la tecnologia, vanno benissimo: fanno il lavoro ripetitivo, estraniante, ma al contempo cruciale, come la cassa. Invece l’individuo, in Italia spesso sottopagato e laureato (non dico all’Ikea, dico in generale), che è anche quello che paga i contributi per un enorme numero di pensionati, disoccupati eccetera eccetera, fa praticamente da contorno alla macchina: serve il panzerotto, deve dire “Buongiorno” sorridendo almeno 400 volte al giorno.
Che cazzo c’è che non sta funzionando? Che cos’è che è stato travisato, nel corso di questa evoluzione?
Sono ben lungi dall’avere paura che le macchine sostituiranno l’uomo, ma credo che utilizzare la macchina al solo fine del profitto, sia un grande, grosso, enorme misunderstanding.
Non è vero che le macchine controllano l'uomo, ma chi controlla le macchine, certamente controlla anche le persone.
E niente, mentre lo dico, mi rendo conto che questa non è nient'altro che una considerazione che potrebbe essere partorita da Marx duecento anni fa, e non suona affatto obsoleta.

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