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Perché siamo diventati tutti così edonisti?

L’altro giorno parlavo con la mia terapeuta di questa cosa, di cui poi ho parlato anche recentemente con un’amica.
Del fatto che molti, tra cui io, hanno tanto bisogno (ed è umano che sia così) degli altri, di una relazione, di un abbraccio, di un gesto fisico di affetto e di vicinanza, di un preziosissimo “ci penso io”, o “ti aiuto”. Molti si sentono soli, e allo stesso tempo sono “affettivamente analfabeti”.
Diceva una mia amica qualche settimana fa: è come se le relazioni fossero diventate una chat su Whatsapp, hai in mente quando chiudi la chat ma non dici niente, non dici ciao, non dici a presto? Ecco.
Sparire senza dire ciao o senza spiegare perché si chiamerebbe ghosting. Devo ammettere che a volte l’ho fatto e l’ho anche subito. Quando l’ho fatto io è stato perché qualcosa, nella persona che avevo di fronte, mi ha fatto chiudere a riccio, ma così a riccio, che non ho voluto neanche spiegarlo. Ho questo difetto qui, che mi chiudo.
Quando l’ho subìto credo che, dall’altra parte, sia stata una porta lasciata pavidamente aperta.
Ma tralasciamo il ghosting.


Dicevamo, incapacità. Io per esempio mi vergogno come un cane, di ammettere che vorrei davvero qualcuno accanto. Perché di fatto non ho bisogno di qualcuno che mi/ ci mantenga, né che qualcuno porti le ragazze in piscina o a scuola. Ho bisogno di qualcuno che mi accompagni, mica sempre, anche solo qualche volta. Di qualcuno che progetti con me le vacanze, magari che sia lui a svegliarmi il giorno della partenza. Di qualcuno che smezzi la guida, che io odio stare al volante. Di qualcuno accanto a cui io non mi debba sempre sentire il fottuto supereroe che risolverà ogni situazione. Sono stanchissima di fare il supereroe.
Eppure non solo affidarsi agli altri è oggettivamente pericoloso, ma, come dire, la spinta sociale, quello che sembra essere considerato cool, è l’edonismo.
Il prendersi continuamente cura di se stessi, il non accettare mai la vecchiaia, il dimostrare che a trenta, quaranta, cinquanta siamo ancora scopabili, l’avere interessi. Perché io valgo. Perché prima gli italiani. Perché se la mamma sta bene, il figlio sta bene.
Quest’ultima affermazione tra l'altro non è del tutto vera, tanto per cominciare. Perché non so voialtri, ma a casa mia le mie figlie hanno bisogno della mia presenza; anche, anzi, soprattutto ora che sono adolescenti. I miei spazi me li sono sempre presi, ma per il mio bene, non per il loro. E il mio bene è ugualmente importante, certo, ma non sempre più urgente.
 Quando Carolina aveva sei mesi e ho smesso di allattare, sono andata a Londra a trovare mio fratello, perché avevo 23 anni ed ero chiusa in casa da due anni, con tre neonate. Ma l’ho fatto per me, non per loro.
Quando le bimbe hanno cominciato ad avere un pochino di autonomia, ho pensato che potevo prendermi qualche spazio mio, uscire una sera in più, magari fare un corso (l’anno scorso ho fatto quello di sceneggiatura, quest’anno ne tengo due, per dire). Ma non era poi così vero che potevo avere dello spazio, perché i loro impegni nuovi, le loro ulteriori necessità, non corrispondono ancora a una maggiore maturità e capacità di autogestione, e così sono aumentati gli impegni (loro) anche per me.
Certo che sento il bisogno di prendermi spazio per me, ma, capite, la narrazione socialmente accettabile stride con quello che sento: non è né così giusto né così urgente che io dedichi tempo a me, se devo toglierlo a loro. O meglio, è giusto che io trovi IL MIO compromesso.

Ma c’è una cosa che ci rende ancora più infelici, quando professiamo l’edonismo. “Pensare per sé” non solo significa che dovremmo pensare prima a noi che a chi amiamo, ma che gli altri non penseranno a noi.
Tutto questo ha sicuramente una logica secondo me pienamente condivisibile: prendiamoci cura di noi, perché siamo i soli responsabili di noi stessi. Il punto è che se questa narrazione è portata all’estremo, come mi sembra stia avvenendo, si dimentica, se non si nega, quanto occuparsi degli altri ed essere accuditi dia piacere e sia giusto.
Credo che TUTTE le persone che conosco amino occuparsi di qualcuno: chi dei figli, chi dei genitori anziani, chi di cani, gatti e cavalli, chi c'è sempre per gli amici, chi fa volontariato o insegna yoga ai bambini, chi ce la mette tutta sul lavoro perché prova a costruire un mondo migliore.

Io sto bene anche da sola, ma mi sento felice quando faccio qualcosa per qualcuno e anche quando qualcuno fa qualcosa per me.
Continuano a inseguirmi pubblicità di guru che mi suggeriscono che il mio lavoro potrei farlo benissimo da una spiaggia, girando il mondo, mi suggeriscono di far crescere il libro della mia vita. Ma loro che ne sanno di quanto ho costruito e di quanto perderei.
Bella l’autodeterminazione, giusto ricordarsi sempre che siamo (quasi) gli unici a pagare e a godere per le nostre scelte. E stupendo viaggiare, è forse la cosa più bella della vita (dai, la seconda).
Ma scegliere di dare e ricevere, e sentirsi pronti a sacrificare un briciolino di sé (o tanto, se si hanno dei figli) per dare a qualcun'altro, è lecito anche quello.
Non dimentichiamocelo mai, perché sennò smettiamo di essere umani.

Commenti

  1. Non avrai (volutamente) confuso l’edonismo con l’egoismo? L’edonista non è una brutta persona: è un epicureo che vive, sì, per il piacere, ma con la capacità di cercarlo nelle cose semplici e belle, e spesso con la voglia di condividerlo, di provarlo insieme a qualcuno. Francamente non vedo in giro così tanti edonisti, anzi. Il contrario. Vedo persone trafelate che non si fermano mai un attimo, stressate, mai contente, che si affannano in una vita di schiavitù per far carriera o guadagnare più soldi e che nel poco tempo libero trangugiano cibo veloce, guardano stronzate in tv, leggono brutti libri (o più spesso non leggono affatto) e stanno sempre con quello smerdofono in mano, sempre connesse col peggio del peggio, a passarsi video stupidi alternati a video orrendi, o sempre sui social a commentare le stesse notizie a colpi di insulti e di slogan, o a sottoporre il proprio sovradimensionato ego al vaglio dei like, accumulando frustrazione ogni volta che ne ottengono dieci invece dei minimo duecento previsti, persone che vivono male e si fanno del male a velocità sempre più supersonica. Edonista sono io, che mi godo una bella passeggiata attorno al lago, accarezzo un gatto, leggo un bel romanzo, guardo un bel film, vado a bere qualcosa con un amico intelligente per fare una chiacchierata stimolante, cerco di accontentarmi di piccole cose sapendo che il prezzo per quelle troppo “grandi” (che poi spesso sono solo stronzate imposte dal mercato, dalle mode, dalla pubblicità, dalla pecoronaggine, dal conformismo) è rinunciare alla propria libertà e al proprio tempo (che è l’unica, vera ricchezza a cui possiamo aspirare). Insomma perdonami se mi sono dilungato, ma veder liquidare l’edonismo come brutta cosa in sé mi è dispiaciuto assai… :D
    Un abbraccio.

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    1. Ciao zio, che bello vederti da queste parti.
      La differenza tra edonismo ed egoismo mi è chiara, ma forse non mi sono spiegata bene. L'edonismo non è ovviamente male in sé, anzi! Però come valore di una società intera stride. Tu dici che hai la percezione di vedere solo gente che non si gode mai la vita, io invece vedo tanta gente (tra cui anche io, è proprio una nararzione condivisa, come dicevo sopra) che dice (attenzione, che dice!) di volersi godere a tutti i costi la vita, di volere tempo per sé, che sente che la propria esperienza / opinione ha un enorme valore...tutto questo preso singolarmente non è certo sbagliato, ma credo che se uno sente il bisogno di dare e ricevere a volte potrebbe sentirsi molto solo e potrebbe chiedersi "cavolo, ma dare e ricevere, per qualcuno, è un valore? Esiste qualcuno che voglia fare star bene gli altri e non solo sé stesso? Tutti qui a raccontare quanto sia bello viaggiare da soli, ci sarà qualcuno che ha voglia di stare a casa abbracciato a me?". Insomma, la mia percezione è quella di un mondo sempre meno inclusivo, sempre più solo e sempre più egoista.
      Credo di essermi spiegata malissimo :P

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    2. No, adesso ti sei spiegata bene. E nel complesso devo darti ragione. Siamo rimasti in pochi a capire che donare può rendere più felici che ricevere, e che stare a casa abbracciati nell'intimità con qualcuno a cui si vuole bene è mille volte più bello (e più piacevole) del viaggiare da soli in cerca di chissà cosa. Potremmo chiamarlo "Edonismo vecchia maniera". Mentre il nuovo edonismo è in effetti qualcosa di sempre più squallido, banale, volgare. E non riesce nemmeno a sembrarmi davvero piacevole, né divertente. (Come quelli che dicono "andiamo a divertirci" e poi intendono sempre, solo e unicamente "andare in discoteca"... Sicuri che in discoteca ci si diverta così tanto?) Ti riabbraccio forte.

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  2. Standing ovation per questo post, soprattutto per aver smerdato l'ipocrisia del " mi prendo i miei spazi anche per il bene dei miei figli".
    E chissà perché non è vero anche il contrario: rinuncio a (molti dei) miei spazi perché prendermi cura di voi fa star bene anche me.
    Si lo so che è faticoso e che a tratti suoni ingiusto, ma in alcuni momenti della vita puoi fare altrimenti. Si possono trovare nuovi equilibri

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    1. volevo scrivere lo stesso. con un accenno all'altra barzelletta del quality time.
      anna

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    2. Oltretutto la fase "mamma di bambini non indipendenti" non è che dura per sempre. A mio avviso il compromesso che va trovato è: prendermi il mio tempo per non strippare ma senza togliere nulla di fondamentale proprio adesso che hanno bisogno di me. Un giorno che nel mio caso non mi sembra poi così lontano, tutto questo non mi sarà più richiesto.

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  3. I miei spazi me li sono sempre presi, ma per il mio bene, non per il loro. E il mio bene è ugualmente importante, certo, ma non sempre più urgente.

    Questo è un post bellissimo.
    Una considerazione che faccio da mesi e che quando cerco di spiegare non mi capisce nessuno.
    Le mie amiche senza figli non comprendono proprio perchè io non riesca ad aprirmi all'accompagno ( chiamiamolo così) e mi liquidano con " non è vero amore altrimenti ... " e qui ci sarebbe da scrivere altri milioni di post, che l'amore è diverso sempre a 20 anni, a 40, quando sei single, quando hai figli piccoli/grandi/medi. Non comprendono perchè invece di uscire a cercare l'amore io preferisca passare una serata per me e con me a casa. Non comprendono perchè sono ancora nella fase single/solitaria, quella in cui credi ancora esista LUI, il salvatore.
    Non comprendono l'urgenza anche positiva del mettere avanti a tutto e tutti i miei figli, come se perdessi sempre qualcosa, come se lasciassi scorrere via il mio tempo inutilmente.
    Le mie amiche con figli e sposate invece, comprendendo il " peso" quotidiano della figliolanza, mi vorrebbero in coppia per salvarmi.


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    1. Sto pensando da mezz'ora a una risposta ma non ce l'ho. Neanche io "esco a cercare l'amore", se esco in genere è per stare con i miei amici o per fare qualcosa che m'interessa. Non credo che esista un LUI che possa (e voglia) salvarmi da una quotianità impegnativa, ma in fondo in fondo ci spero. E anche io, le rare volte in cui sono a casa da sola (forse 5 o 6 volte all'anno) starei bene anche a casa, con me.
      Non so quale sia la strada giusta per non sentirmi così sbagliata, chissà.

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  4. Ecco, chissà.
    Nel pessimismo di questo periodo, nel futuro che vedo solitario ci piazzo il tuo chissà.
    Chissà che dipende da me e me soltanto.
    Trovero' la via o i miei figli mi lasceranno così tanto tempo e spazio che mi toccherà adatatrmi di nuovo.

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  5. Riflessione sacrosanta, argomento assolutamente tabu' nell'odierna societa' dell'edonismo. Qualche anno fa discutevo con una mia collega di vacanze, di come tutti fossero ossessionati dalle vacanze, dalle mete esotiche, e poi dal benessere, le spa, i trattamenti, il cibo (anzi il "food" come dicono i fighi). Di come queste cose, che nascono (e secondo me dovrebbero rimanere) come piacevoli parentesi, momenti di ricarica, siano diventate un imperativo, stiano strabordando e invadendo la quotidianita'. Stanno diventando il fine ultimo dell'esistenza, il posto numero uno nella scala di valori. Io e la mia collega ci chiedevamo se fossimo strane noi, a non sentirci cosi'. A dare ancora un certo peso al duro lavoro come costruzione di qualcosa, che va da un progetto lavorativo ad altro. Ma comunque qualcosa che richieda impegno, sacrificio, lavoro. Poi ci puo' pure stare una vacanzina, un trattamento benessere di mezzo, ok. Ma non come fine ultimo.
    Ecco questa assenza di edonismo e; una delle cose che mi fa sentire fuori dal tempo, non in linea con i trend generali.
    L'aspetto che sottolinei tu, quello relazionale, e' un'altra conseguenza. Bisogna trattarsi bene, pensare a se', e non mostrare mai di fare affidamento sugli altri, se no sembri debole. Un'altra collega, inglese, descrisse una comune conoscente come "needy" (bisognosa -ma in un'accezione che forse in italiano non rende). Per gli inglesi i "needy" sono spregevoli creature incapaci di autonomia. Mentre io ho sempre pensato che essere needy e' umano, e che se smettessimo di nasconderlo saremmo tutti piu' umani, e che un mondo dove tutti ostentano un'assoluta autonomia affettiva mi fa paura.

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