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Va bene anche se non mi vuoi bene

Insomma, la situa è più o meno questa, che Nothing worth comes easy (niente di degno si ottiene facilmente).
Sto per fare una cosa fighissima, una delle cose belle belle di quelle che mi capitano ogni tanto a me, di quelle da raccontare ai nipoti sul letto di morte. Ma assieme alla carica che mi ritrovo ogni volta che faccio qualcosa di creativo e sfidante, sono arrivati pettegolezzi, malafede, sfiducia nei miei confronti che non mi aspettavo e così mi succede che da un lato cerco di dare il mio meglio, dall'altro sto patendo una delusione che ha qualcosa di simbolico e definitivo, come ogni questione di principio: sragiono, taglio, cancello, invece di adottare furbizie e senso pratico.
Vedete, se avessi qualcuno con cui confidarmi forse mi verrebbe detto che non si può soffrire tanto per una stronzata, che non sono io ma gli altri. Un'amica vicina fisicamente mi aiuterebbe tanto a ridimensionare la cosa, come è sempre successo. Ma le mie amiche le vedo poco, sia quelle nuove che quelle vecchie, e mi pare estremamente egoista chiamare per lamentarsi, proprio io, che non chiamo mai. Così sto affrontando questa prova sola contro tutti, anche se il mio istinto mi ha sempre suggerito la direzione e io so che sto andando nella direzione giusta, e non è che a me piacciano gli ostacoli, anzi, sono una che di fronte a un problema fa di tutto per non affrontarlo, ma non importa, la strada è quella e io devo andare.
Solo che i piccoli ostacoli che evito, paiono sempre più grandi.


Mi rendo conto di quanto l'equilibrio sia uno stato fragile e provvisorio.
Per esempio ora ho sempre il fiatone, e il respiro a volte mi si blocca in gola, come se mi si gonfiasse il gargarozzo. Mia madre dice che sono una malata immaginaria. Dice che non serve andare dal medico, se poi non faccio gli esami per paura degli aghi, e non prendo medicinali per paura che mi avvelenino. Dice che devo pensare un po' a me, ma in maniera razionale. Invece sono in loop.
L'altra notte per esempio ho sognato che guidavo e a un certo punto mi si chiudevano gli occhi e non riuscivo più ad aprirli, avevo proprio le palpebre serrate e non sapevo che fare, anche se a volte strattonando guadagnavo uno spiraglio.

Con le bambine, specie con le gemelle, ci stiamo un po' allontanando.
Ricordo quando successe a me con nonno Gino, ero forse più piccola di loro.
Era un uomo brillante ed estroverso al limite dell'invadenza e quando non lavorava passava la maggior parte del suo tempo facendo visite.  Quando mi sentivo chiamare Babà nel cortile, sapevo che mi aspettava un pomeriggio noioso.
Visitava perlopiù amici e lontani parenti contadini. Di uno ricordo che aveva la stalla proprio di fronte a casa e puzzava incredibilmente. Offrivano sempre vino rosso e salumi, qualche volta una caramella per me, e parlavano di fatti di scarsa importanza, per quelle che mi sembravano ore interminabili. A volte andava a trovare in negozio amici commercianti. Io chiedevo continuamente "Andiamo a casa?". Apprezzavo solo il viaggio in camion, io e lui, nell'odore di nafta e cognac, e Luciano Pavarotti in sottofondo, l'amavamo entrambi.
Quando fui abbastanza grande per decidere di non andare, lo feci.
Ma il distacco fu quando smise di cercarmi e cominciò ad andare da solo. Me ne accorsi.

Le ragazze stanno cominciando a non voler fare più niente di quello che facevamo prima.
Hanno impegni propri, interessi propri spesso diversi dai miei.
Considerano importanti cose che per me non sono importanti, per esempio ieri, quando Lucia ha scoperto che io non sapevo il suo colore preferito del momento, mi ha detto che non la conosco proprio.
A dire il vero, per distrazione, ho sempre ignorato cose che la maggior parte delle mamme sa, come il nome dei compagni di scuola, a volte faticavo persino a ricordare il nome delle maestre. Però avevo i miei lati buoni, per esempio le bimbe mi dicevano che io rispetto alle altre mamme urlavo meno. Oppure mi dicevano che le loro amiche si stupivano di quante cose e quanto varie riuscivamo a fare assieme: il teatro, il trekking, il museo, le vacanze, il concerto, la biblioteca.

Ora però notano che io sono stonata, che non so cucinare, che sono lunatica e che ho i denti storti. Notano che le altre famiglie cenano davanti alla tv e non vanno al gay pride. Camilla per esempio, a cui cerco, senza successo, di proporre sport diversi da quando aveva quattro anni, ha rifiutato, quest'anno, la mia proposta di lasciare perdere il calvario, e di dedicarsi al canto e a un corso di fumetto, visto che ha grande talento. Mi ha detto no, perché tutti i suoi compagni fanno sport, e lei si vergogna, a fare fumetto.
Si fidano meno di me, mi cercano meno, mi giudicano.
Sento che siamo un po' meno famiglia, e io sono più libera ma anche più sola.
E va bene va bene va bene anche se non mi vuoi bene.

Commenti

  1. Scusami se te lo dico, ho bambini più piccoli dei tuoi e magari non ci ho ancora capito nulla dei figli, però per quel che ricordo della mia adolescenza, tutti i figli prima o poi si vergognano dei propri genitori, si allontanano, provano a tracciare la loro strada che spesso non coincide con quella dei genitori.
    A noi tocca abbozzare e continuare a esserci. Poi crescono e, se abbiamo fatto un buon lavoro, ritornano e magari ci danno pure ragione.
    Sul fumetto, se credi abbia talento, insisterei, ma solo se a lei piace

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    1. Sì è tutto normale, ma essere il genitore di cui ci si vergogna non è bellissimo.

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  2. E' proprio quello l'effetto: evitare i piccolo ostacoli li ingigantisce.
    Se ti riesce, prova ad affrontarne uno: spesso (quasi sempre) è meno bau-bau di quello che pensi (a quel punto rimpicciolisce al volo ;-)).

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    1. E' così: i problemi diventano grandi perché quando li scanso vado in loop e nella mia testa da topolini diventano elefanti. Ci devo lavorare sopra.

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  3. Ah, la tenera bastarda adolescenza che incombe.

    In quegli anni si odiano tutti, genitori, professori, parenti. Nessuno ti capisce. Non ti capisci nemmeno tu.

    Ma poi passa.

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    1. sì ma se si fanno altri sette anni così io le abbandono all'autogrill :)

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  4. ti capisco, il mio quasi tredicenne e' sempre piu' lontano da me e non e' facile. l'altro giorno, dopo una mia sfuriata, sicuramente eccessiva, gli ho detto che mi sento spaesata, che prima parlavamo, sapevo come fare ma ora no, lo vedo sempre cosi' scazzato e mi dispiaccio ma... insomma, anche lui e' triste perche' non siamo piu' "un bambino e la sua mamma", non sa bene come andra' ma tutti gli altri richiami sono piu' forti. lo so che va benissimo cosi', che e' normale, che io roe peggio, ma sono stravolta! e poi ne ho 3, di figli, a distanza di 4 e 5 anni, insomma, i miei prossimi 15 anni saranno cosi' e non so se sopravvivero'.
    anna

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    1. Secondo me ci abitueremo, e la soluzione è esattamente quella che abbiamo trovato quando sono nati, irrompendo nelle nostre vite: amarli a prescindere. Quando stavano svegli tutta la notte, come quando ci insultano, sono quasi tappe biologiche, mettiamola così.

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  5. Mia figlia più grande va per i quindici anni...quest'anno, dopo un duro, anzi durissimo lavoro, da parte di entrambe, va leggermente meglio, ma gli anni delle medie sono stati un incubo e non solo per "colpa" nostra...diciamo che non ci siamo proprio trovate, né col sistema scuola, né tra di noi. E' stata durissima, non mi cercava più, mi detestava, faceva un'analisi di me che mi faceva orrore...eppure delle ragioni le aveva e questo e quello che mi faceva più male! Ora va meglio, mi cerca di più e quando decide lei mi abbraccia...sono un po' traumatizzata ma occorre che mi riprenda, anche perché ne ho altre due, sempre femmine che stanno crescendo...ti capisco perciò, non ho soluzioni, perché penso che ogni caso sia a sé, l'unica cosa, tieni duro...prima o poi passa. Un abbraccio

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    1. Anche ho avuto un pessimo rapporto con mia madre per tutta l'infanzia e ovviamente per tutta l'adolescenza. Credo di aver avuto delle buone ragioni. Credo anche che essere stata un pochino la madre che avrei voluto (non sempre, per carità), mi abbia fatto far pace con la me stessa bambina, e di conseguenza ho fatto pace anche con lei e ho cercato di accettare senza giudicare, e ora abbiamo un buon rapporto, tanto che da un anno stiamo vivendo assieme 5 giorni su 7, senza enormi traumi.
      Mi ha aiutato anche una psicologa.
      Secondo me non tutti sono bravi ma può valerne la pena.
      Ti abbraccio stretta, tu cerca di passare indenne i prossimi 15 anni :)

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  6. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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  7. Conosco benissimo la sensazione del gargarozzo che si stringe in gola e cosa voglia dire non avere amicizie vicine (nel mio caso fisicamente) che possano aiutarmi a ridimensionare i problemi. Quando sento io queste cose so di essere prossima allo sclero e allora mi fermo.. in che senso lo faccia boh, non te lo so dire: a volte è un caffè di dieci minuti rubato ad una conoscente, altre è una telefonata (che non è come vedersi di persona ma me la faccio andare bene), altre ancora è chiudermi in studio a scrivere, suonare o disegnare.. e a volte il gargarozzo si sgonfia subito, altre no, altre ancora lo ignoro proprio così raddoppia e sclero.

    Per le bimbe.. eh, è arrivata l'adolescenza, guai se non iniziassero a staccarsi. Ci fa male male (a me fa male vedere che mio figlio a tre anni si vuole vestire da solo, fai te) ma è quel male che va' bene.

    Baci e in bocca al lupo!

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