Privacy Policy VOLEVO FARE LA ROCKSTAR: Una sera a Madrid

domenica 29 gennaio 2017

Una sera a Madrid

A Madrid c’era questa bella atmosfera, specie la sera. Non avevo mai visto una città con più traffico alle dieci di sera che nelle ore di punta. La parola “movida” è stata inventata per descrivere la Madrid notturna degli anni 80.
Non vedevo facce tristi, gente in giro per scappare dalla noia di casa.

Anche quelli che suonavano nella metropolitana sembravano divertirsi.
Ho visto uno, il batterista di un trio metal, abbracciare la guardiana della metropolitana a fine turno.
Poi c’erano i ragazzi mano nella mano, tanti, molti si baciavano. E i tantissimi bar di design, pieni di gente, e poi madrileni, non turisti, non solo ragazzi in Erasmus.
A proposito, c’erano questi due, probabilmente loro sì, in Erasmus, che si parlavano inglese e a parte loro, non sentivo in giro parlare inglese, nemmeno alla reception dell’albergo, nemmeno alla biglietteria del museo.

Circulo de las bellas artes, Madrid

Erano entrambi carini, un po’ anonimi, ma carini. In genere i ragazzi carini e le ragazze carine si mettono assieme, non sempre ma spesso.
Lei cercava di essere meno anonima con un un chiodo e jeans strappati, ma il giubbotto di pelle non è più punk, no. Comunque. Mangiavano paella, e parlavano, lei rideva praticamente a ogni cosa che lui dicesse, e aveva un sorriso che la faceva davvero bella nonostante il chiodo anonimo, un sorriso innamorato come si può essere innamorati di qualcuno solo prima di conoscerlo, mentre lui sorrideva appena.
E poi questa mamma sudamericana, con la figlia di sette o otto anni, molto belle, la bambina con i capelli ricci e le labbra carnose e i denti storti e gli occhioni. C’erano questi due che suonavano When the saint go marchin’in con la fisarmonica, e questa mamma dava un sacco di bacetti alla bambina e schioccava le dita veloccissima, a ritmo, con le unghie lunghe e dipinte.
Non mi ricordo chi mi ha detto che Madrid è nuova, ripulita, fighetta, non così interessante.
Si sentono più risate che clacson, quasi.
All’angolo, a Malasana, c’erano queste due prostitute bionde tinte, truccate e vestite vistosamente e anziane, potevano essere spagnole e dovevano essere lì da molti anni, ogni sera, come fosse una canzone di Lucio Dalla. Loro non ridevano.
Poi loro quattro. Niente abbigliamento vistoso, occhi neri spalancati, le labbra carnose senza trucco, piazzate come gli eserciti del Risiko a vedere il corpo conto terzi.
Di fronte alle vetrine delle catene di abbigliamento, quelle che ci permettono di rifarci il guardaroba a ogni stagione perché le donne che cuciono non hanno diritti, tra Gran Vìa (che modo espressivo di chiamare una strada, non trovate?) e Calle Hortaleza. Dietro le vetrine, altri manichini, ma con gli occhi vuoti e i seni di plastica.
Chiunque passi le può utilizzare come meglio crede, può fare loro del male, o anche parlare e innamorarsi, e il loro salario consiste probabilmente in un buco dove vivere, in un passaporto sequestrato, e forse dentro hanno la rassegnazione o magari la voglia (e il coraggio?) di scappare.
Se passi in auto ti viene un nodo in gola, ma se le guardi in faccia mentre cammini è quasi come quando una tua amica che ti dice che ha il cancro.
Non ridevano neanche loro.

4 commenti:

  1. Io Madrid la amo, vince anche su Barcellona

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  2. Il mio ex ha fatto l'Erasmus a Madrid (prima che ci mettessimo insieme...), e mi ci ha portato mostrandomi una città fotonica, della quale mi sono veramente innamorata

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  3. Ti regalo questa canzone, se già non la conosci: "Pongamos que hablo de Madrid" di Joaquin Sabina.
    Hai descritto la città in un modo che mi ha ricordato molto il suo modo di farlo.

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