Privacy Policy VOLEVO FARE LA ROCKSTAR: Prendere decisioni

sabato 5 marzo 2016

Prendere decisioni

Allora, mi sento uscita dalle sabbie mobili.
Si sta bene.
Il clic è avvenuto a Berlino, poi è maturato giorno dopo giorno, che sentivo salire un'angoscia che ora che ne sono uscita mi pare quasi ingiustificata, esagerata. Ero entrata in due loop: uno circa la mancanza di opportunità, qui, per le bimbe. La mancanza di possibilità di muoversi in autonomia, per esempio. Qui i mezzi sono rari e attorno c'è poco. Certo, ci eravamo costruite la nostra vita su misura.
Le nostre amiche a cui scroccare il tè la domenica, la scuola di danza e giocoleria, e anche il viavai di amichette da quando con mia madre avevamo deciso che sarebbe stata lei, a venire qui quasi tutti i giorni e non loro, a farsi portare in pulmino da lei. Ma mancava la possibilità di andare in piscina d'inverno, troppo lontana. Per fare Coder Dojo facevamo quasi 50 chilometri al sabato. E il corso di teatro non l'hanno attivato causa troppi pochi iscritti. Il corso di Thai Chi pure, a un certo punto non l'hanno più fatto perché i bambini erano troppo pochi.
Io poi non frequento le mamme di scuola, e sono una tra le poche che non si vede mai all'uscita, né all'entrata. Una volta ho provato a supportarle nella protesta contro la mensa, ma credo che mi abbiano preso per una facinorosa perché ho portato una giornalista al sit-in (ve l'ho mai detto che al sit-in, organizzato peraltro non certo da me, alla fine ci siamo ritrovate in tre + la giornalista che avevo invitato?). Poi credo che pensino che sono una tipa fissata con il lavoro. A me non importa molto di quello che pensano di me, però le bimbe vivono per otto ore al giorno in un ambiente dove loro sono strane, le uniche non musulmane che non vanno a dottrina, per dire; e tra le poche che non hanno la tv. O forse, il loro isolamento è tutta una mia paranoia, che tornerà fuori non appena ci stabiliremo di nuovo. Ho sempre pensato di essere un'outsider, chissà se è poi vero davvero.
Il secondo loop da cui non uscivo era un posto di lavoro che non coincideva con le mie poche conditio sine qua non. Il giorno che ho finito l'autobiografia di Martin Luther King ero in trasferta, in treno e piangevo e piangevo, davanti a tutti. Il giorno dopo ho sbroccato. Questa una foto dove non sono riuscita a sorridere, pur sforzandomi.


Mi sono messa alla ricerca della soluzione "razionale", la migliore che potessi prendere. Io sono così, perdo un sacco di tempo a prendere la decisione "migliore", a fare cose razionali. Mi chiedevo se avessi dovuto fare una scelta lavorativa diversa da quella aziendale, ma sapete qual è la verità? Che non posso permettermelo. Non mi ritengo schiava del consumismo, anzi, da anni sto facendo, a mio modo, un percorso verso il minimalismo. E però ho sofferto troppo, da bambina, la mancanza di un ambiente culturalmente stimolante, e la mancanza di opportunità a pagamento (come l'Erasmus, o poter andare a cavallo, oppure qualcuno che mi dicesse: "Ehi, non ti piace la pallavolo, che è lo sport che costa meno, ma magari potrebbe piacerti suonare uno strumento") per poter infliggere alle bimbe, che ne so, la scelta di vivere più alla giornata in cambio di un po' di tempo per noi. È una scelta rispettabilissima, ma io non posso farla.
Dunque, visto che ho deciso di lavorare in azienda, che come entità è un po' disumana, vorrei starci bene dentro. E nella mia nuova azienda, per il momento, ci sto molto bene: i colleghi di scrivania sono veramente dei bei tipi, tutti maschi, tutti più piccoli di me. Oggi sto bene, domani si vedrà. Io e i miei coetanei ci siamo abituati a vivere precariamente. A molti dei miei coetanei l'idea di stare nello stesso ufficio fino alla pensione fa venire i brividi. Non ho fatto una scelta di vita davvero davvero diversa dalla precedente. Però ho superato l'immobilità che ti dà la pretesa di prendere solo buone decisioni. Ho preso una decisione che ho avuto paura di prendere quando avevo vent'anni, perché temevo di non potermi mantenere e che non ho potuto prendere con le bimbe piccole.
Mi dico che quando ci siamo sistemate, forse riprenderò a uscire qualche volta. Ora ho un po' smesso perché mi pare di non stare abbastanza con le bimbe e di essere troppo stanca.
Mi dico che andremo in spiaggia.
Mi dico che potremmo fare un po' di attività sportiva anche assieme, tipo uno sport di famiglia, che quando andiamo in ferie e camminiamo delle mezze ore per raggiungere le spiaggette, oppure facciamo trekking a lungo, io mi sento molto molto meglio, fisicamente.
Poi mi dico che magari una volta tanto posso prendermi del tempo per me, non so, resuscitare davvero la storia del corso di chitarra.
Sto anche piuttosto bene senza un compagno. Ho un equilibrio mio. Ho amici maschi. Non muoio di gelosia per nessuno.
Ma ho un problemino, che non credo sia grave, ma che comunque non vorrei ignorare. Io rifiuto di avere qualcuno accanto, non è che mi è capitato. E questo rifiuto nasce dalla paura, se volete dal trauma degli abbandoni, se volete dal cinismo, se volete sono arida io, non so.
Ora, questo rifiuto non è un'ossessione e mi consente di avere una vita normale, ma devo ammettere con me stessa che quel lucchetto forse potrebbe essere aperto.
No, non ora, non qui, in questa pingue immane frana.

9 commenti:

  1. Mi rispecchio molto nella tua razionalitá. Condivido la scelta di migliori opportunità per te e le bimbe. Io vivo in cittá per indolenza ma apprezzo la possibilitá che dà a me e ai miei figli di andare al cinema, teatro vedere una mostra....ciao

    RispondiElimina
    Risposte
    1. D'altronde qui è bello perché è come stare in vacanza, la città in questo senso è più disumana.

      Elimina
  2. Certi nodi biografici hanno bisogno di tempo e calore per sciogliersi; lascia aperta la possibilità che le cose si trasformino.
    Io ho una grande ammirazione per la tua mamma.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Anche io, credo che sia una grande donna, anche se non glielo dirò mai.

      Elimina
  3. Sono strafelice che tu abbia scelto di schiodarti. Qui, sappi, ci sono altre mamme outsider. Al ché! Però una roba devo scriverla, ti prego di non avercela con me se scrivo queste due righe. Plis. Una storia a proposito di lucchetti. Una volta, tanti anni fa, riuscii a scardinare il lucchetto dietro il quale era blindato il cuore del mio Amore. A suon di sprangate e testardaggine l'ho tirato via, il lucchetto. Era vecchio e arrugginito e ha ceduto.
    è stato molto bello. il mio Amore sembrava una specie di Starman che rinasceva all'amore, alla passione, alla dolcezza. Però sai cosa? Il suo cuore era stato troppo tempo chiuso. La ruggine aveva corroso tutto. Troppo tempo. Chiuso. E dietro quel lucchetto iniziale c'era un muro e poi un altro muro e poi un altro ancora. E ancora. E a un certo punto, semplicemente, ci si stanca di abbattere i muri. Perché la controparte ne ha alzati talmente tanti che servirebbe una vita intera a demolirli tutti. (Il mio i ching me lo aveva suggerito presagendo con queste parole: "Sarai fiamma e braciere". Mioddio che monito. Avrei dovuto prestarci caso. Ma indietro non si torna).
    Io credo che ognuno debba togliersi da solo il proprio lucchetto, senza aspettare che qualcuno o qualcuna arrivi ad aprirlo.
    Io credo che lasciare il cuore aperto a ogni evenienza sia come una sorta di apertura mentale.
    Perché tutti, ma proprio tutti, hanno comunque da guarire da una qualche ferita e blindarsi non credo sia la soluzione.
    Tutto qui. Perdonami la lunghezza mi sa che non sono più due righe. I'm sorry.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ma tu hai ragione, è che io mi sono inselvatichita e tornare indietro non è semplice, un po' perché mi sono abituata a fare sempre quello che voglio, a non accettare compromessi, né a sforzarmi di essere accettata; da un lato le delusioni mi frenano. Mi sento molto nella mia comfort zone e le comfort zone sono sia belle che molto limitanti. Non è che un giorno ti svegli e ne esci, specie se ti sei abituata che se uno è in gamba ci fai amicizia.

      Elimina
  4. Sei molto coraggiosa, mi piacerebbe essere come te.

    RispondiElimina
  5. Ammiro molto il tuo coraggio e la capacità di prendere decisioni. Se il criterio è la razionalità, beh è un bel criterio!
    Io mi avviluppo nell'indecisione e oscillo tra un opzione e l'altra.
    Anzi spesso spero proprio di non doverle prendere le decisioni, come se si potesse!
    Vi auguro tante belle avventure e occasioni nella nuova città.
    In effetti rispetto ai piccoli paesi, dove c'è più gente è più probabile trovare più outsider, ognuno "out" a modo suo.

    RispondiElimina
  6. Che bello quando i cambiamenti preparati giorno dopo giorno alla fine esplodono e diventano realta'. E che bello vedere che ci sono persone che riescono ad uscire dalla palude di immobilismo in cui e' fin troppo facile sprofondare, in italia piu' che altrove. E' interessante per me leggere questa analisi, che traccia un po' i limiti del 'sogno bucolico' che a volte ho accarezzato mentre sceglievo di vivere in maniera opposta (azienda, estero, grande citta'.
    Grazie!
    E per l'ultimo punto... Quando si rimescolano le carte si rimescola un po' tutto quindi non potra' che entrare aria fresca!

    RispondiElimina

attenzione: i commenti ai post più vecchi di 14 gg vengono moderati! A causa del troppo spam ho disattivato le notifiche via email per i commenti in attesa...ma prima o poi li modero.