Privacy Policy VOLEVO FARE LA ROCKSTAR: Una mamma disperata

sabato 5 aprile 2014

Una mamma disperata

Mio fratello lavora da più di dieci anni negli alberghi della riviera. Ha fatto molti anni in sala, un po' di gavetta alla reception, molte collaborazioni extra con gli enti turistici (terminate quando ha scoperto che le consulenze fatte soprattutto per divertirsi, a prezzo quasi simbolico, lo ammazzavano di tasse) e ora è il responsabile dell'accoglienza in un albergo molto bello (e pare infestato dagli spiriti).
Da anni fa bagni quotidiani in un'umanità molto variegata, tra colleghi disperati, datori di lavoro negrieri, finti ricchi, amanti, clienti strani, parvenus che trattano con arroganza il personale.


Le sue telefonate mi fanno spesso capire quante storie mi perdo, dentro all'ufficio. In ufficio hanno tutti gli stessi problemi, io compresa: rendersi socialmente accettabili, nascondere i propri problemi perché rendono vulnerabili, non farsi gettare troppa merda addosso, scaricare le colpe addosso a qualcun altro, eccetera.

Invece in hotel la gente si mette più nuda, come a casa.

Ieri mattina s'è presentata a mio fratello una ragazza abbastanza elegante con una neonata. Parlava solo spagnolo, e mio fratello, se ha imparato abbastanza bene, sul campo, inglese e francese, lo spagnolo lo mastica appena. Ci sono volute molte parole confuse e un pianto disperato, perché lui capisse che cosa desiderava la signora.
Era sposata con un italiano, ma non conosceva l'italiano e naturalmente non conosceva nessuno. Era una neo mamma. Al piano sopra al suo appartamento da qualche giorno facevano lavori con il martello pneumatico, le sembrava di impazzire, non riusciva ad allattare serenamente la bambina, ed era in cerca di una camera d'albergo (che naturalmente intendeva pagare regolarmente), nella sua città, per stare in pace, forse dormire, o allattare.
O fare due chiacchiere con qualcuno che, chissà, magari capiva la sua lingua, trattandosi di un albergo.
O cambiare visuale, perché magari era più o meno sola da molti giorni, nelle stesse stanze, con una bambina con cui non riusciva a comunicare.

Quando nasce un bambino, la prima cosa che scopri, è che non riesci a comunicare neanche con tuo figlio.
Ci vogliono diversi mesi, ma poi più o meno la solitudine passa.
Spero stia meglio.

16 commenti:

  1. Vero, la solitudine immensa che ho provato quando è nato Deddè non l'ho più provata. Poi passa, più o meno.

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    1. Passa, ma quando l'hai provata non te la dimentichi.

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  2. Fa tristezza pensare a quanto fosse sola quella ragazza nonostante un marito e un bimbo appena nato..Speriamo stia meglio si..

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  3. Che bello leggertine pensarti!

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    1. Ale ciao. Se non ci vediamo nelle prossime due settimane pubblico la foto dove io te e la Michi sembravamo tre funghi. :*

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  4. Sei un amore Polly.

    semplicemente questo. <3

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  5. "rendersi socialmente accettabili, nascondere i propri problemi perché rendono vulnerabili, non farsi gettare troppa merda addosso, scaricare le colpe addosso a qualcun altro, eccetera" - descrizione perfetta

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  6. Mio padre era direttore d'albergo, e in vita nostra (ho vissuto in un appartamento all'interno dell'hotel fino ai miei 21 anni) ne abbiamo viste di tutti i colori.
    La prima cosa che mi è venuta in mente è "speriamo che non si butti dalla finestra".
    Abbiamo visto anche questo.

    P.S. Ho appena finito di leggere Siamo solo amici di Luca Bianchini, restando in tema :)

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    1. Ricordo di questa tua storia. Devi scriverne, delle persone che hai visto :)

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  7. Quando è nato mio figlio, io (sempre abituata a lavorare) ero improvvisamente a casa da sola con un bambino... al pomeriggio, dopo il tg3 delle 14, andavo al parco con il resto del carlino e il bambino in carrozzina, con la vana speranza di incontrare qualche anima viva con cui scambiare due chiacchiere... ma dove stanno tutte le persone che non lavorano???

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    1. Io pure, mi sentivo uno schifo. Ricordo che quando morì mia nonna, feci un lungo giro a piedi da sola, con il cuore sbriciolato, e sotto sotto mi sentivo in colpa perché non ero a casa.

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    2. Stessa identica esperienza. Marito, amiche lavoravano e io non sapevo a chi telefonare. Così chiamavo mia mamma. Che noia!

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  8. quando è nata la mia prima bimba ci siamo trasferiti nella nostra casa in campagna. lontana 10 km dal centro abitato. Non avevo ancora la macchina, mia madre non ha la patente, le mie amiche lavoravano tutte e mio marito col contratto di tre mesi faceva tutte le sere le otto per paura che non glielo rinnnovassero. a me si appiccicava la lingua al palato per quanto fossi sola!!!!

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  9. a me la botta grossa è arrivata dopo,verso i 5-6 mesi...li ho capito che non sarei tornata a lavoro e che avrei dovuto fare la mamma a tempo pieno ancora x molto.il pensiero di quelle giornate infinite,faticose e monotone mi fecero accapponare la pelle...

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