Privacy Policy VOLEVO FARE LA ROCKSTAR: La mia città

sabato 25 gennaio 2014

La mia città

La città dove sono nata e dove ho vissuto venticinque anni si chiama F.
F. è un paesone che prima di spostarmi a BucoDelCulo consideravo provinciale come il far west. Ora so che c'è di peggio.
F. ha una sua vivacità culturale, anche se indolente, fighetta e salottiera.
Il locale più carino di F. era un covo di tossici fino agli anni novanta, e poi s'è riposizionato come cuore indipendente della città. In questo locale è stato inventato il movimento hipster prima che si chiamasse hipster. Vi si proiettano pellicole incomprensibili, si ospitano concerti di gruppi impossibili da reperire persino su youtube, i frequentatori vantano barbe salafite, tricologie indipendenti e montature bifocali da movimento studentesco da almeno quindici anni.
Eppur tuttavia, F. ha l'anima ruspante.
Una tre le mie trattorie del cuore, credo la più frequentata di sempre, è come cento metri quadrati di Napoli nel bel mezzo della Romagna. A Napoli in realtà non sono mai stata, soprattutto da quando ho sentito dire "Vedi Napoli e poi muori".
Il titolare è un napoletano conforme allo stereotipo del pizzaiolo napoletano: capelli nero lucido da scarpe, rigorosamente all'indietro, baffoni a spazzola, sempre neri, accento napoletano mai minimamente impallidito. Il turn over dei dipendenti è molto basso: fino a qualche tempo fa vi erano due procaci bionde, oggi mi sono stupita di incontrare due ragazzi napoletani, con l'accento marcato e il pizzetto.
L'arredamento non è mai mutato dagli anni ottanta, e i tavoli, collocati su due file nella sala lunga e stretta, con al centro un corridoio dove sfilano i camerieri, sono tutti rivolti verso il televisore al plasma, con Studio Aperto e la sua cronaca nera.
Gli avventori sono spesso anziani: chi solo, chi in coppia, chi con badante che maneggia con perizia la sedia a rotelle.
Oggi, a tavola a mezzogiorno in punto, come si conviene in questa parte del mondo ancora così ancorata alle origini rustiche, mangiavo tagliatelle al ragù, assieme agli altri apatici partecipanti alla monolitica conversazione televisiva e sentivo parlare di inquirenti, truffe ai danni dei contribuenti e morti assassinati e mi sentivo perfettamente contestualizzata, come se mi avessero appena preso da una stella dell'universo, e lanciato proprio in questo buco dentro all'Italia, di fronte a questa tovaglia a quadretti, nella mia città.

10 commenti:

  1. Credo che ogni città abbia una pizzeria così. Qui da noi ci vanno molti americani della base. Faranno si e no 30 pizze in una sera, se arrivi dopo le otto si scusano: è finita la pasta. Il locale sembra quello di Happy Days.

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    1. immagino che non sia per scelta se il locale sembra quello di happy days :)

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    2. Ma il punto è che lo hanno arredato ai tempi in cui è ambientato Happy Days e non l'hanno più toccato

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    3. Pensa che c'è ancora Fonzie dentro, mummificato

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  2. Stesso locale dalle mie parti; solo che i tavoli sono sparpagliati invece che disposti in due file e il proprietario è toscano: imberbe, tricolgicamente diverso ma sferico. Poi televisori al plasma, vecchietti, carte e, ogni tanto (anzi, spesso) qualche bestemmione creativo.

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    1. Bè, almeno in questi posti si mangia bene, velocemente, abbondantemente, e a poca spesa...Il posto che dicevo più sopra è l'unico locale al mondo dove so di poter andare a cena alle ore 19 :)

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  3. mi è venuta in mente un'immagine del telefilm La signora in giallo... :-)

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  4. ....ma il locale in voga negli anni novanta era per caso quello dove volendo ti servivano da bere nelle provette?...mi sfugge il nome però.....

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    1. No, quello era lo Spider...non so cosa facciano ora, non vado da dieci anni ;)

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    2. ...è verooo lo Spider! ci andavo quando avevo 15 anni fa, quindi 15 anni anni fa...ne ho un vago ricordo...ps: abito vicino a forlì ;-)

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